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Bergamo

Deve andare in pensione: gli chiedono 215mila euro per la ricongiunzione

Di Redazione23 marzo 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Nuovo caos sulle pensioni

Ancora problemi con le pensioni

Cara Redazione,
vorrei sollevare un problema che sta coinvolgendo sempre più cittadini italiani e che purtroppo sempre più ne coinvolgerà se non verrà cambiato l’Art.12 della legge 122 del 2010 varata dall’allora Governo Berlusconi. Mi riferisco al caso delle ricongiunzioni pensionistiche onerose.

Io sto vivendo indirettamente una situazione veramente spiacevole. Sono un ingegnere di 35 anni (laureatosi prima dei 28 anni, giusto per chiarire che non sono classificabile come “sfigato”) e ormai da diversi mesi vedo mia madre subire un’angheria derivante dall’applicazione di questa legge. Ora, senza entrare troppo nel dettaglio, il discorso è che mia madre, avendo pagato 32 anni di contributi all’Inpdap (lavorava presso un Comune) e i restanti 8 all’Inps (ora lavora presso un’azienda privata), avendo maturato 40 anni di contribuzione si aspettava di poter andare in pensione ed invece, grazie a questa legge, lo potrebbe fare solo pagando oltre 215mila euro di ulteriori contributi in un’unica soluzione (oppure oltre 300mila in 190 comode rate), soldi che le vengono richiesti dall’Inps per ricongiungere i 32 anni versati all’Inpdap.

Lei sta combattendo da mesi una battaglia, assieme ad altri compagni di sventura, contro quella che giudica un’ingiustizia (ha partecipato a trasmissioni come “Mi manda Rai3”, “Paese Reale” sempre su Rai3, “Striscia la notizia” e ora domenica 25 marzo anche Report si occuperà del caso).

La cosa veramente spiacevole è che il Ministro Fornero pare assolutamente convinto della bontà della legge infatti, rispondendo ad un articolo comparso sul Corriere della Sera a firma Gabanelli che denunciava quello che era stato definito “pizzo di Stato”, ha difeso la norma definendola equa e accusando le persone come mia madre di lamentarsi semplicemente per aver perso un privilegio. Ergo devo dedurre che il pagare doppi contributi è da considerarsi equo.

Questa risposta è intollerabile e offende l’intelligenza delle persone. In un momento economico come questo è probabile che faccia comodo liquidare il discorso in questo modo per aggrazziarsi la maggioranza della popolazione che non è a conoscenza del problema e che vede nel nuovo Governo il paladino della giustizia. Non si creda però di far passare tutti per fessi. Chi, come mia madre, è coinvolto in prima persona nel problema, sa come stanno le cose e nemmeno un professore della Bocconi o un dirigente Inps potrà convincerlo che pagare oltre 215.000 euro per 32 anni di contributi già regolarmente versati rappresenta una norma di giustizia ed equità (termini ultimamente molto abusati).

Ma come si può andare dicendo che dobbiamo essere flessibili sul lavoro e mettere in contro di cambiare spesso azienda e mansioni se poi chi ha fatto questo percorso in passato (passando dal pubblico al privato) adesso si trova letteralmente derubato?

Spero con questa lettera di far emergere presso l’opinione pubblica un problema reale che esiste e che colpirà milioni di persone che in passato hanno cambiato posto di lavoro (spesso obbligate dalle riorganizzazioni della aziende stesse) passando dal versamento della contribuzione nelle casse Inpdap a quelle dell’Inps o viceversa.

La ringrazio per l’attenzione e voglio restare fiducioso che qualcosa possa essere cambiato in meglio per i pensionati.
Cordialmente.

Ing. Giuliano Gianatti

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