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Politica

Congresso Pdl, retroscena: chi ha incastrato Piccinelli?

Di Redazione20 febbraio 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Enrico Piccinelli e Angelo Capelli al congresso del Pdl

Enrico Piccinelli e Angelo Capelli al congresso del Pdl

BERGAMO — Le ragioni sono molte. E forse, nella nostra analisi a bocce ferme, rischieremo di trascurarne qualcuna o dar troppo peso a qualcun’altra. Vogliate perdonarci. Ma il congresso del Pdl che si è tenuto domenica alla Fiera di via Lunga ha sancito una sonora sconfitta per il fronte laico tutta da analizzare. Tanto sonora da far ripensare il progetto politico che anima la compagine di Enrico Piccinelli, spazzata via da uno scarto superiore ai mille voti.

Innanzitutto, onore i vincitori. Lo ha ammesso lo stesso Piccinelli nella prima intervista a caldo rilasciata a Bergamosera: Capelli ha meritato. Ma al di là del nuovo coordinatore, personaggio tutto da scoprire, il vero vincitore politico di questo congresso risponde al nome di Rossano Breno. Il presidente della Compagnia delle opere, primo sostenitore del fronte formigoniano, ha compiuto un capolavoro. Unendo la capacità di fuoco della Cdo, quella di CL e quella degli eredi del Movimento popolare, ha mobilitato una macchina potentissima per sostenere l’amico Marcello Raimondi in quello che assomigliava molto a uno showdown politico ed economico in Bergamasca.

Mentre Breno scalava (con successo) il vertice della Banca Popolare di Bergamo, l’assessore regionale si giocava tutto al congresso. Fallito il tentativo di un unitario (il dietro le quinte racconta di un incontro al calor bianco fra Breno e Giancarlo Borra, sostenitore dei laici, una settimana prima del voto) Raimondi ha affrontato l’assise con una calma olimpica che non aveva mostrato nelle settimane precedenti, rasserenato dal fatto di avere dalla sua uno schieramento formidabile nel muovere iscritti e conquistare terreno altrui. Perfetta per organizzazione sotto tutti i punti di vista, la Cdo è stata capace di portare alla fiera migliaia di persone e lasciare senza fiato gli avversari impegnati nella ricorsa. Uno schiacciasassi a guida ciellina che ha avuto come trazione posteriore gli uomini di Marco Pagnoncelli, a cui va dato atto di aver sempre creduto nella vittoria, e alcune felici intuizioni di Benedetto Bonomo, nonché l’esperienza del gruppo Baraldi.

Nulla hanno potuto i giovani di Alessandro Sorte e Paolo Franco contro lo strapotere dei formigoniani. E alla fine non è restato che contare le tessere di ciascun gruppo per cercare un bandolo della matassa per il futuro, facendo tesoro di una sconfitta fin troppo netta. Le ragioni della debàcle, dicevamo, sono molte anche in questo campo. A partire dal rendimento di alcuni personaggi importanti dello schieramento laico, decisamente sotto tono rispetto alle aspettative entusiastiche della vigilia.

Analizziamo i dati. Il gruppo di Sorte, fra tutti i candidati, ha incassato circa 700 preferenze. Aggiungiamo un altro 25 per cento di voti senza preferenza, fanno circa 900-1000 tesserati. Per lo stesso meccanismo, Paolo Franco ha espresso circa 500 preferenze e più o meno 700 tesserati.

L’apporto del coordinatore uscente Carlo Saffioti e dei 7000 voti personali incassati alle scorse regionali ha avuto effetto del tutto marginale sul congresso. E d’altronde non si poteva pretendere di più da un coordinatore aspramente bersagliato dagli stessi esponenti del suo schieramento nei mesi precedenti.

Inferiori alle attese i numeri espressi dalla cosiddetta “componente meridionale” laica, approdati a un paio di centinaia solo con il supporto degli uomini di Mittiga. Il gruppo di Scotti Foglieni è stato in linea con le promesse. Lo stesso vale per i centristi di Fabretti. Peggio è andata ai socialisti di Capetti. E’ mancato invece del tutto il supporto degli uomini di Pietro Macconi. Ma sulla vicenda pesa il fatto che la coalizione abbia voluto marcare a tutti i costi una discontinuità rispetto alla precedente amministrazione, sacrificando il vicecoordinatore per fare spazio al delfino Paolo Franco.

Si tratta tuttavia di situazioni che i laici avevano messo in conto. Quello che invece non si aspettavano – e che alla fine ha fatto la vera differenza -, è stata la sconfitta sul fronte amministratori. Sindaci e relativo seguito che in realtà alla Fiera c’erano, solo che hanno votato dall’altra parte. All’appello dei laici mancano 500 tesserati che al congresso sono venuti ma, contrariamente a calcoli e attese (talvolta a parole date), hanno scelto i formigoniani. Più cinquecento, meno cinquecento fanno giusto quei mille voti di distacco fra i due schieramenti.

E qui, ecco il dato politico più importante: quello strategico. I formigoniani si sono rivolti soprattutto a sindaci e amministratori delusi dalla precedente gestione del partito, e da quelli hanno ottenuto il consenso necessario a ribaltare il risultato. Nel suo intervento di ringraziamento, scritto con un linguaggio che generalmente non gli è consono, Raimondi ha attaccato i parlamentari bergamaschi del Pdl, a suo dire lontani dal territorio. Può darsi. Ma l’analisi del risultato dice una cosa un po’ più complessa. Ovvero che la capacità di coinvolgimento e persuasione sugli amministratori locali da parte di un assessore regionale è, per sua natura, molto maggiore di quanto possa essere quella di esponenti politici costantemente impegnati a Roma. Allo stesso modo, per il territorio contano di più le associazioni economiche di riferimento che la promessa di riforme romane ancora da completare. Errori d’ingenuità, valutazioni marchianamente errate nel campo avversario e la strapotere della Compagnia delle opere hanno fatto il resto. Risultato ineccepibile.

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