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Lettere Politica

Pensioni, l’innalzamento dell’età crea un disastro esistenziale

Di Redazione23 dicembre 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Quelli che...la pensione (pur misera) ce l'hanno

Quelli che...la pensione (pur misera) ce l'hanno

Egregio Direttore,
quando si mettono alla guida di una nazione dei dotti professorini liceali, oppure dei claudicanti caporali, di solito le cose vano di male in peggio, ed è quello che sta succedendo di questi tempi nello strampalato stivale italico.

Di tutte le stravaganti norme attuate per rimandare di poco il default italiano, non ne voglio parlare, ma voglio dire almeno la mia sulle nuove peripezie istituzionali in campo pensionistico.

Tra una grottesca lacrima e un sontuoso banchetto, i buffi notabili togati al vertice del welfare, hanno innalzato a minimo 43 anni il limite minimo di contributi per accedere al miserando servizio nazionale pensionistico, alludendo alla nuova aspettativa di vita umanoide, unitamente alle solite patetiche prediche inerenti alle casse statali desolatamente e inspiegabilmente vuote.

Siccome le ricerca genetica attuale fa ogni giorno passi da gigante, tra pochi anni questa soglia di beata morte sarà nuovamente innalzata a come minimo 115 anni, e sicuramente subito le pensioni saranno portate al minimo di 60 di contributi, e se questo è il termine di paragone per legiferare, stiamo tutti freschi e sereni perché lavoreremo stancamente fino a novant’anni.

Innalzando il limite minimo di pensionamento si è creato un disastro esistenziale tale, che trovo difficile credere che una più semplice soluzione sia sfuggita ai sapientoni delle fatiche altrui, ma di questi tempi ogni azione di queste eccelse menti è tragicomica.

Tra pochi anni avremo una massa di persone vecchie al lavoro, stanchi, depressi, arrabbiati, senza più stimoli ed entusiasmo, ed in più con qualche lineetta di simpatico Alzheimer accorpato.

Nelle scuole maestrine di settant’anni tenteranno di tenere a bada orde di urlanti bimbi, senza contare che i più saranno non parlanti l’italica lingua, e riguardo all’insegnamento neanche a parlarne, perché le curve docenti baderanno solo a salvarsi ogni giorno la pelle.

Negli ospedali saremmo operati da tremolanti chirurghi ottantenni dal bisturi assassino, e i portantini sessantenni chissà che disastri combineranno trasportando i malcapitati pazienti per i corridoi sanitari, e difatti già si parla dell’assicurazione obbligatoria per le barelle.

E cosi via per i lavori nelle fonderie, nel soccorso stradale, nei lavori edili, e in tutte le altre mansioni che richiedono persone attive e robuste al lavoro, invece solo persone vecchie saranno impiegate per trainare la carretta.

Che dire poi dei vigli del fuoco, che a settant’anni dovranno gettare acqua sui roghi e scalare interi palazzi per compiere il loro duro lavoro.

Senza contare i nostri militari in veneranda età, che nelle piazze costantemente in rivolta saranno costretti ad essere malmenati da più giovani, aitanti e vigliacchi manifestanti, che troveranno ancora più facile e divertente distruggere tutto.

L’età minima di contribuzione andava ridotta a 35 anni per tutti, belli, brutti, simpatici e antipatici, maschi, femmine e altre curiose divagazioni sessuali, obbligando poi le varie ditte ad assumere subito per sostituire il nuovo pensionato, e una pena dura e rapida ai non ligi alla direttiva sarebbe bastata a far cambiare registro a tutti i soliti furbi.

Per pareggiare le spese bastava innalzare lievemente i contributi a tutti i lavoratori, depennare in toto le ignobili pensioni d’oro elargite a destra e a manca, azzerare gli assurdi privilegi pensionistici della nullafacente casta parlamentare, e altre semplici azioni che elencarle tutte sarebbe troppo lungo e banale.

Invece no, queste goffe menti aliene al governo ritengono che deprimere il popolo obbligandolo a lavorare fino alla morte sia la soluzione giusta per salvare la baracca che sta crollando, perché nonostante tutti i duri sacrifici l’Italia è a serio rischio fallimento, e la via argentina è dietro l’angolo ma noi nemmeno ce ne accorgiamo.

Ho dei cari amici argentini, che casualmente hanno lasciato il loro paese poche settimane prima del disastro, e ogni giorno mi rammentano allarmati che l’Italia di oggi gli ricorda fedelmente il loro bel paese poco prima della fine, tant’è che di recente meditano un saggio rimpatrio, giacché in Argentina oggi si vive meglio che da noi, e chissà, già che insistono tanto ad invitarmi, forse sarebbe anche per me la soluzione giusta per lasciare preventivamente questa gabbia di matti italica.

Bertana da Barbariga

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