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Inchiesta Brebemi: le strategie opposte di Nicoli e Locatelli

Di Redazione19 dicembre 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Pierluca Locatelli

Pierluca Locatelli

BERGAMO — Due versioni diametralmente opposte. Secondo l’ex vicepresidente del consiglio regionale quei soldi ricevuti non erano un mazzetta per velocizzare l’iter di autorizzazione della discarica d’amianto di Cappella Cantone. Secondo l’imprenditore Pierluca Locatelli invece quei 110mila euro erano una tangente eccome. Come quegli altri 110 mila che stava preparando da portare sempre a Nicoli.

Gli interrogatori di venerdì davanti ai magistrati di Milano, i due principali accusati nell’affaire Locatelli sono stati oltremodo contraddittori l’uno con l’altro.

Franco Nicoli Cristiani, il politico bresciano arrestato nell’inchiesta sul presunto giro di tangenti, è stato sentito il primo sentito dal gip di Milano Elisabetta Meyer. L’inchiesta, come noto, segue due filoni: quello della corruzione, di competenza della Procura di Milano, e quello del traffico e dello smaltimento illecito di rifiuti su cui indagano i carabinieri e la direzione distrettuale antimafia di Brescia.

Nicoli Cristiani è coinvolto nel primo trocone, quello della corruzione. E, secondo quanto è trapelato, avrebbe detto ai magistrati che i soldi ricevuti da Locatelli non erano una “mazzetta”. Non è noto come abbia giustificato quella consegna, documentata da video e intercettazioni dei carabinieri. Consulenza o pagamento di altro, al momento non è dato sapere.

Poche ore dopo, però, durante il suo interrogatorio a San Vittore, Locatelli ha ribadito che i 110mila euro dati a Nicoli Cristiani erano una tangente, e che era pronto a dargliene altrettanti per l’autorizzazione alla discarica d’amianto nel Cremonese.

In estrema sintesi, le strategie difensive dei due seguono linee diverse. Nicoli ha scelto l’unica possibile per il suo caso: nega tutto e cerca di difendersi come può. Locatelli invece sposta l’attenzione sulla corruzione che è cosa ben diversa (per gravità e pena) dal reato ambientale assimilabile, secondo il codice penale, all’ecomafia.

Se ne capirà di più ai primi di gennaio, quando la procura di Brescia effettuerà un incidente probatorio sul materiale seppellito sotto la Brebemi per stabilire se là sotto ci siano rifiuti non trattati, come sostiene l’accusa, oppure sia tutto regolare come dicono i difensori. Nel frattempo i magistrati cercheranno di capire com’era sviluppata la fitta rete di rapporti imprenditoriali e politici che riguardano l’imprenditore bergamasco.

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