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Cultura

Le sorprese di Luigi Pirandello

Di Redazione3 novembre 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

Navigando con il mio battello a vapore lungo il grande fiume di internet, sono finito con l’approdare nelle vicinanze di un fitto bosco di parole di grande fascino. Sto parlando del sito denominato www.pirandelloweb.com.

In pratica tutta l’opera di Luigi Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934. Evento quest’ultimo sicuramente di importanza minore rispetto al valore della produzione artistica e umana di questo grande autore siciliano. E del resto egli stesso, a proposito del premio, non ebbe che ad esclamare “pagliacciate”.

Prima di addentrarmi nel bosco mi è sovvenuto alla mente un aneddoto etimologico, ovvero il fatto che la parola “americanate”, definizione dispregiativa delle esagerazioni del modello statunitense, comparve per la prima volta in un suo scritto, prima di dilagare per il linguaggio e il sentire comune.

Un sentire che, con gli anni Ottanta e la “Milano da bere”, si è perso nel vuoto di una società incapace di una propria identità e dunque di marcare la distanza dalle “americanate” finendo per divenirne succube. Nel senso più proprio del termine essendo il “succubo” una entità demoniaca di sesso femminile che si accoppia con gli uomini.

Ma questa divagazione ci porterebbe troppo lontano dal luogo dell’approdo di oggi: una foresta di parole di gigantesca statura, completamente libera da frequentare senza che nessuno abbia a chiedervi un solo dollaro per leggere, prendere o portarvi qualcosa.
Nella macchia, ho deciso anch’io di prendere qualcosa, e di metterlo qui, come invito ai lettori ad andare a fare essi stessi un giro nel bosco, e un omaggio all’autore.

Avendo presente il monito di Don Fabrizio, “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, qui di seguito “Le sorprese della scienza”, tratto da “La Mosca”: un affresco che, pur avendo oltre un secolo, potrebbe essere stato dipinto ieri.

Samuel Langhorne Clemens

Le sorprese della scienza (1905)

Avevo ben capito che l’amico Tucci, nell’invitarmi con quelle sue calorose e pressanti lettere a passare l’estate a Milocca, in fondo non desiderava tanto di procurare un piacere a me, quanto a se stesso il gusto di farmi restare a bocca aperta mostrandomi ciò che aveva saputo fare, con molto coraggio, in tanti anni d’infaticabile operosità.
Aveva preso a suo rischio e ventura certi terreni paludosi che ammorbavano quel paese, e ne aveva fatto i campi piú ubertosi di tutto il circondario: un paradiso!
Non mi faceva grazia nelle sue lettere di nessuno dei tanti palpiti che quella bonifica gli era costata e di nessuno dei tanti mezzi escogitati, dei tanti guai che gli erano diluviati, di nessuna delle tante lotte sostenute, lui solo contro Milocca tutta: lotte rusticane e lotte civili.
Per invogliarmi forse maggiormente, nell’ultima lettera mi diceva tra l’altro che aveva preso in moglie una saggia massaja, massaja in tutto: otto figliuoli in otto anni di matrimonio (due a un parto), e un nono per via; che aveva anche la suocera in casa, bravissima donna che gli voler a un mondo di bene, e anche il suocero in casa, perla d’uomo, dotto latinista e mio sviscerato ammiratore. Sicuro. Perché la mia fama di scrittore era volata fino a Milocca, dacché in un giornale s’era letto non so che articolo che parlava di me e d’un mio libro, dove c era un uomo che moriva due volte. Leggendo quell’articolo di giornale, l’amico Tucci s’era ricordato d’un tratto che noi era, amo stati compagni di scuola tant’anni, al Liceo e all’Università, e aveva parlato entusiastica mente del mio straordinario ingegno a suo suocero, il quale subito s’era fatto venire il libro di cui quel giornale parlava.
Ebbene, confesso che proprio quest’ultima notizia fu quella che mi vinse. Non càpita facilmente agli scrittori italiani la fortuna di veder la faccia dabbene d’uno dei tre o quattro acquirenti di qualche loro libro benavventurato. Presi il treno e partii per Milocca.
Otto ore buone di ferrovia e cinque di vettura.
Ma piano, con questa vettura! Cent’anni fa, non dico, sarà anche stata non molto vecchia; forse qualche molla, cent’anni fa, doveva averla ancora, anche se tre o quattro razzi delle ruote davanti e cinque o sei di quelle di dietro erano di già attorti di spago così come si vedevano adesso. Cuscini, non ne parliamo! Là, su la tavola nuda; e bisognava sedere in punta in punta, per cansare il rischio che la carne rimanesse presa in qualche fessura, giacché il legno, correndo, sganasciava tutto. Ma piano, con questo correre! Doveva dirlo la bestia. E quella bestia lì non diceva nulla: salutava perfino col muso a camminare. Sì, centomila volle sì, scambio dei piedi, voleva metterci le froge per terra, come ce le metteva, povera decrepita rozza, tanto gli zoccoli sferrati le facevano male. E quel boja di vetturino intanto aveva il coraggio di dire che bisognava saperla guidare, lasciarla andare col suo verso, perché ombrava, ombrava e, a frustarla, ritta gli si levava come una lepre, certe volte quella bestiaccia lì.
E che strada! Non posso dire d’averla proprio veduta bene tutta quanta perché in certi precipizi ridi piuttosto la morte con gli occhi. Ma c erano poi le peltate che me la lasciavano ammirare per tutta un’eternità, tra i cigolii del legno e il soffiai di quella rozza sfiancata, che accorava. Da quanti mai secoli non era stata piú riattata quella strada?

– Il pan delle vetture è il brecciale, – mi spiegò il vetturino. – Se lo mangiano con le ruote. Quando manchi il brecciale, si mangiano la strada.

E se l’erano mangiata bene oh, quella strada! Certi solchi che, a infilarli, non dico, ci s’andava meglio che in un binario, da non muoversene piú però, badiamo! ma, a cascarci dentro per uno spaglio della bestia, si ribaltava com’è vero Dio ed era grazia cavarne sano l’osso del collo

– Ma perché le lasciano così senza pane le vetture a Milocca? – domandai.

– Perché? Perché c’è il progetto, – mi rispose il vetturino.

– Il…?

– Progetto, sissignore. Anzi, tanti progetti, ci sono. C’è chi vuoi portare la via ferrata fino a Milocca, e chi dice il tram e chi l’automobile. Insomma si studia, ecco, per poi riparare come faccia meglio al caso.

– E intanto?

– Intanto io mi privo di comperare un altro legno e un’altra bestia, perché, capirà, se mettono il treno o il tram o l’automobile, posso fischiare.

Arrivai a Milocca a sera chiusa.

Non vidi nulla, perché secondo il calendario doveva esserci la luna, quella sera; la luna non c’era; i lampioni a petrolio non erano stati accesi; e dunque non ci si vedeva neanche a tirar moccoli.
Villa Tucci era a circa mezz’ora dal paese. Ma, o che la rozza veramente non ne potesse piú o che avesse fiutato la rimessa lì vicina, come diceva sacrando il vetturino, il fatto è che non volle piú andare avanti nemmeno d’un passo.
E non seppi darle torto, io.
Dopo cinque ore di compagnia, m’ero quasi quasi medesimato con quella bestia: non avrei voluto piú andare avanti, neanch’io.
Pensavo:

« Chi sa, dopo tant’anni, come ritroverò Merigo Tucci! Già me lo ricordo così in nebbia. Chi sa come si sarà abbrutito a furia di batter la testa contro le dure, stupide realtà quotidiane d’una meschina vita provinciale! Da compagno di scuola, egli mi ammirava; ma ora vuoi essere ammirato lui da me, perché, – buttati via i libri – s’è arricchito; mentr’io, là! potrò farmi giulebbare dal suocero dotto latinista, il quale, figuriamoci! mi farà scontare a sudore di sangue le tre lirette spese per il mio libro. E otto marmocchi poi, e la suocera, Dio immortale, e la nuora buona massaja. E questo paese che Tucci mi ha decantato ricchissimo e che intanto si fa trovare al bujo, dopo quella stradaccia lì e questo legnetto qua per accogliere gli ospiti. Dove son venuto a cacciarmi? »

Mentre mi pascevo comodamente di queste dolci riflessioni, la rozza, piantata lì su i quattro stinchi, si pasceva a sua volta d’una tempesta di frustate, imperturbabilmente. Alla fine il vetturino, stanco morto di quella sua gran fatica, disperato e furibondo, mi propose di andare a piedi.

– È qui vicino. La valigia gliela porto io.

– E andiamo, su! Sgranchiremo le gambe, – dissi io, smontando. – Ma la via è buona, almeno? Con questo bujo…

Lei non tema. Andrò io avanti; lei mi terrà dietro, piano piano, con giudizio.
Fortuna ch’era bujo! Quel ch’occhio non vede, cuore non crede. Quando però il giorno dopo vidi quell’altra strada lì restai basito, non tanto perché c’ero passato, quanto per il pensiero che se Dio misericordioso aveva permesso che non ci lasciassi la pelle, chi sa a quali terribili prove vuoi dire che m’ha predestinato.
Fu così forte l’impressione che mi fece quella strada e poi l’aspetto di quel paese – squallido, nudo in desolato abbandono, come dopo un saccheggio o un orrendo cataclisma; senza vie, senz’acqua, senza luce – che la villa dell’amico mio e l’accoglienza ch’egli mi fece con tutti i suoi e l’ammirazione del suocero e via dicendo mi parvero rose, a confronto.

– Ma come! – dissi al Tucci. – Questo è il paese ricco e felice, tra i piú ricchi e felici del mondo?

E Tucci, socchiudendo gli occhi:

– Questo. E te ne accorgerai.

Mi venne di prenderlo a schiaffi. Perché non s’era mica incretinito quel pezzo d’omaccione là; pareva anzi che l’ingegno naturale, con l’alacrità e l’esperienza della vita, nelle dure lotte contro la terra e gli uomini, gli si fosse ingagliardito e acceso; e gli sfolgorava dagli occhi ridenti, da cui io, sciupato e immalinconito dalle vane brighe della città, roso dalle artificiose assidue cure ìntellettuali, mi sentivo commiserato e deriso a un tempo.
Ma se, ad onta delle mie previsioni, dovevo riconoscer lui, Merigo Tucci, degno veramente d’ammirazione, quel paesettaccio no e poi no, perdio! Ricco? felice?

– Mi canzoni? – gli gridai. – Non avete neanche acqua per bere e per lavarvi la faccia, case da abitare, strade per camminare, luce la sera per vedere dove andate a rompervi il collo, e siete ricchi e felici? Va’ là, ho capito, sai. La solita retorica! La ricchezza e la felicità nella beata ignoranza, è vero? Vuoi dirmi questo?

– No, al contrario, – mi rispose Merigo Tucci, con un sorriso, opponendo studiatamente alla mia stizza altrettanta calma. – Nella scienza, caro mio! La felicità nostra è fondata nella scienza piú occhialuta che abbia mai soccorso la povera, industre umanità. Oh sì, staremmo freschi veramente se fossero ignoranti i nostri amministratori! Tu m insegni. Che salvaguardia può esser piú l’ignoranza in tempi come i nostri? Promettimi che non mi domanderai piú nulla fino a questa sera. Ti farò assistere a una seduta del nostro Consiglio comunale. Appunto questa sera si discuterà una questione di capitalissima importanza: l’illuminazione del paese. Tu avrai dalle cose stesse che vedrai e sentirai la dimostrazione piú chiara e piú convincente di quanto ti ho detto. Intanto, la ricchezza nostra è nelle meravigliose cascate di Chiarenza che ti farò vedere, e nelle terre che sono, grazie a Dio, così fertili, che ci dan tre raccolti all’anno. Ora vedrai; vieni con me.

Passò tutto; mi sobbarcai a tutto; mi sorbii come decottini a digiuno tutti gli spassi e le distrazioni della giornata, col pensiero fisso alla dimostrazione che dovevo avere quella sera al Municipio della ricchezza e della felicità di Milocca.
Tucci, ad esempio, mi fece visitare palmo per palmo i suoi campi? Gli sorrisi. Mi fece una nuova e piú diffusa spiegazione della sua grande impresa lì su i luoghi? Gli sorrisi. E davvero l’impeto delle correnti aveva sgrottato tutte le terre e a lui era toccato asciugare e rialzar le campagne, corredandole della belletta, del grassume prezioso? Sì? davvero? Oh che piacere! Gli sorrisi. Ma far la roba è niente: a governarla ti voglio! E dunque gli ulivi si governano ogni tre anni con tre o quattro corbelli di sugo sostanzioso, pecorino? Sì? davvero? Oh che piacere! E gli sorrisi anche quando in cantina, con un’aria da Carlomagno, mi mostrò quattro lunghe andane di botti, e anche lì mi spiegò come valga piú saper governare il tino che la botte e com’egli facesse piú colorito il vino e come gli accrescesse forza e corpo mescolandovi certe qualità d’uve scelte, spicciolate, ammostate da sè, senza mai erbe, mai foglie di sambuco o di tiglio, mai tannino o gesso o catrarne.
E sorrisi anche quando, piú morto che vivo, rientrai in villa e mi vidi venire incontro la tribú dei marmocchi in processione, i quali, mostrandomi rotti i giocattoli che avevo loro donati la sera avanti, mi domandavano con un lungo, strascicato lamento, uno dopo l’altro, tra lagrime senza fine:

– Peeerché queeesto m’hai portaaato?

– Peeerché queeesto m’hai portaaato?

Carini! carini! carini!
E sorrisi anche al suocero, mio ammiratore, il quale – sissignori – era cieco, cieco da circa dieci anni e del mio libro non conosceva che qualche paginetta che il genero gli aveva potuto leggere di sera, dopo cena. Voleva egli ora che glielo leggessi io, il mio libro? Ma subito! E fu una vera fortuna per lui, che non potesse vedere il mio sorriso, e tutti quelli che gli porsi poi, ogni qualvolta il brav’uomo, ch’era straordinariamente erudito, m’interrompeva nella lettura (oh, quasi a ogni rigo!) per domandarmi con buona grazia se non credessi per avventura che avrei fatto meglio a usare un’altra parola invece di quella che avevo usata, o un’altra frase, o un altro costrutto, perché Daniello Bartoli, sicuro, Daniello Bartoli…
Finalmente arrivò la sera! Ero vivo ancora, non avrei saputo dir come, ma vivo, e potevo avere la famosa dimostrazione che Tucci mi aveva promesso.
Andammo insieme al Municipio, per la seduta del Consiglio comunale.
Era, come la maestra e donna di tutte le case del paese, la piú squallida e la piú scura: una catapecchia grave in uno spiazzo sterposo, con in mezzo un fosco cisternone abbandonato Vi si saliva per una scalaccia buja, intanfata d’umido, stenebrata a malapena da due tisici lumini filanti, di quelli con le spere di latta, appiccati al muro quasi per far vedere come ornati di stucco, no, per dir la verità, non ce ne fossero, ma gromme di muffa, si e tante!
Saliva con noi una moltitudine di gente, attirata dalla discussione di gran momento che doveva svolgersi quella sera: salii a con un contegno, anzi con un cipiglio che doveva per forza meravigliare uno come me, abituato a non veder mai prendere sul serio le sedute d’un Consiglio comunale.
La meraviglia mi era poi accresciuta, dall’aria, dall’aspetto di quella gente, che non mi pareva affatto così sciocca da doversi con tanta facilità contentare d’esser trattata com’era, cioè a modo di cani, dal Municipio.
Tucci fermò per la scala un tozzo omacciotto aggrondato, barbuto, rossigno, che, evidentemente, non voleva esser distratto dai pensieri che lo gonfiavano.

– Zagardi, ti presento l’amico mio…

E disse il mio nome. Quegli si voltò di mala grazia e rispose appena, con un grugnito, alla presentazione. Poi mi domandò a bruciapelo.

– Scusi, com’è illuminata la sua città? – A luce elettrica, – risposi.

E lui, cupo:

– La compiango. Sentirà stasera. Scusi, ho fretta.

E via, a balzi, per il resto della scala.

– Sentirai, – mi ripeté Tucci, stringendomi il braccio. – È formidabile! Eloquenza mordace, irruente. Sentirai!

– – E intanto ha il coraggio di compiangermi?

– Avrà le sue ragioni. Su, su, affrettiamoci, o non troveremo piú posto.

La mastra sala, la Sala del Consiglio, rischiarata da altri lumini a cui quelli della scala avevano ben poco da invidiare, pareva un aula di pretura delle piú sudice e polverose I banchi dei consiglieri e le poltrone di cuojo erano della più venerabile antichità; ma, a considerarli bene nelle loro relazioni con quelli che tra poco avrebbero preso posto in essi e che ora passeggiavano per la sala, assorti, taciturni, ispidi come tanti cocomerelli selvatici pronti a schizzare a un minimo urto il loro sugo purgativo, pareva che non per gli anni si fossero logorati così, ma per la cura cupamente austera del pubblico bene, per i pensieri roditori che in loro, naturalmente, erano divenuti tarli.
Tucci mi mostrò e mi nominò a dito i consiglieri piú autorevoli: l’Ansatti tra i giovani, rivale dello Zagardi, tozzo e barbuto anche lui, ma bruno; il Colacci, vecchio gigantesco, calvo, sbarbato, dalla pinguedine floscia; il Maganza, bell’uomo, militarmente impostato, che guardava tutti con rigidezza sdegnosa. Ma ecco, ecco il sindaco in ritardo. Quello? Sì, Anselmo Placci. Tondo, biondo, rubicondo: quel sindaco stonava.

– Non stona, vedrai, – mi disse Tucci. – È il sindaco che ci vuole.

Nessuno lo salutava; solo il Colacci gigantesco gli si accostò per battergli forte la mano su la spalla. Egli sorrise, corse a prender posto sul suo seggio, asciugandosi il sudore, e sonò il campanello, mentre il capo – usciere gli porgeva la nota dei consiglieri presenti. Non mancava nessuno.
Il segretario, senza aspettar l’ordine, aveva preso a leggere il verbale della seduta precedente, che doveva essere redatto con la piú scrupolosa diligenza, perché i consiglieri che lo ascoltavano accigliati approvavano di tratto in tratto col capo, e in fine non trovarono nulla da ridire.
Prestai ascolto anch’io a quel verbale, volgendomi ogni tanto, smarrito e sgomento, a guardare l’amico Tucci. A proposito delle strade di Milocca, si parlava come niente di Londra, di Parigi, di Berlino, di New York, di Chicago, in quel verbale, e saltavan fuori nomi d’illustri scienziati d’ogni nazione e calcoli complicatissimi e astrusissime disquisizioni, per cui i capelli del magro, pallido segretario mi pareva si ritraessero verso la nuca, man mano ch’egli leggeva, e che la fronte gli crescesse mostruosamente. Intanto due o tre uscieri, zitti zitti, in punta di piedi, recavano a questo e a quel banco pile enormi di libri e grossi incartamenti.

– Nessuno ha da fare osservazioni al verbale? – domandò alla fine il sindaco. stropicciandosi le mani paffutelle e guardando in giro. – Allora s’intende approvato. L’ordine del giorno reca: – Discussione del progetto presentato dalla Giunta per un impianto idro–termo–elettrico nel Comune di Milocca. – Signori Consiglieri! Voi conoscete già questo progetto e avete avuto tutto il tempo d’esaminarlo e di studiarlo in ogni sua parte. Prima di aprire la discussione, consentite che io, anche a nome dei colleghi della Giunta, dichiari che noi abbiamo fatto di tutto per risolvere nel minor tempo e nel modo che ci è sembrato piú conveniente, sia per il decoro e per il vantaggio del paese, sia rispetto alle condizioni economiche del nostro Comune, il gravissimo problema dell’illuminazione. Aspettiamo dunque fiduciosi e sereni il vostro giudizio, che sarà equo certamente; e vi promettiamo fin d’ora, che accoglieremo ben volentieri tutti quei consigli, tutte quelle modificazioni che a voi piacerà di proporre, ispirandovi come noi al bene e alla prosperità del nostro paese.

Nessun segno d’approvazione.
E si levò prima a parlare il consigliere Maganza, quello dall’impastatura militaresca. Premise che sarebbe stato brevissimo, al solito suo. Tanto piú che per distruggere e atterrare quel fantastico edificio di cartapesta (sic), ch’era il progetto della Giunta, poche parole sarebbero bastate. Poche parole e qualche cifra.
E punto per punto il consigliere Maganza si mise a criticare il progetto, con straordinaria lucidità d’idee e parola acuta, incisiva: il complesso dei lavori e delle spese; la sanzione che si doveva dare per l’acquisto della concessione dell’acqua di Chiarenza; i rischi gravissimi a cui sarebbe andato incontro il Municipio: il rischio della costruzione e il rischio dell’esercizio; l’insufficienza della somma preventivata, che saltava agli occhi di tutti coloro che avevano fatto impianti meccanici e sapevano come fosse impossibile contener le spese nei limiti dei preventivi, specialmente quando questi preventivi erano fatti sopra progetti di massima e con l’evidente proposito di fare apparir piccola la spesa; il carattere impegnativo che aveva l’offerta dell’accollatario, fermi restando i dati su i quali l’offerta medesima era fondata; dati che per forza il Consiglio avrebbe dovuto alterare con varianti e aggiunte ai lavori idraulici, con varianti e aggiunte Gl’impianti meccanici; e ciò oltre a tutti i casi imprevisti e imprevedibili, di forza maggiore, e a tutte le accidentalità, incagli, intoppi, che certamente non sarebbero mancati. Come poi fare appunti particolareggiati senza avere a disposizione i disegni d’esecuzione e i dati necessari? Eppure due enormi lacune apparivano già evidentissime nel progetto: nessuna somma per le spese generali, mentre ognuno comprendeva che non si potevano eseguire lavori così grandiosi, così estesi, così varii e delicati, senza gravi spese di direzione e di sorveglianza e spese legali e amministrative; e l’altra lacuna ben piú vasta e profonda: la riserva termica che in principio la Giunta sosteneva non necessaria e che poi finalmente ammetteva.
E qui il consigliere Maganza, con l’ajuto dei libri che gli avevano recati gli uscieri, si sprofondò in una intricatissima, minuziosa confutazione scientifica, parlando della forza dei torrenti e delle cascate e di prese e di canali e di condotte forzate e di macchinarii e di condotte elettriche e delle relazioni da stabilire tra riserva termica e forza idraulica, oltre la riserva degli accumulatori; citando la Società Edison di Milano e l’Alta Italia di Torino e ciò che per simili impianti s’era fatto a Vienna, a Pietroburgo, a Berlino.
Eran passate circa due ore e il brevissimo discorso non accennava ancora di finire. Il pubblico stipato pendeva dalle labbra dell’oratore, per nulla oppresso da tanta copia d’irta, spaventevole erudizione. Io quasi non tiravo piú fiato; eppure lo stupore mi teneva lì, con gli occhi sbarrati e a bocca aperta. Ma alla fine, il Maganza, mentre il pubblico s’agitava, non già per sollievo, anzi per viva ammirazione, concluse così:

– La dura esperienza in altre città, o signori, ha purtroppo dimostrato che gl’impianti idro–termo–elettrici cono della massima difficoltà e serbano dolorosissime sorprese. Nessuno può far miracoli, e tanto meno, su la base d’un così fatto progetto, potrà farne il Municipio di Milocca!

Scoppiarono frenetici applausi e il consigliere Ansatti si precipitò dal suo banco ad abbracciare e baciare il Maganza; poi, rivolto al pubblico e ritornando man mano al suo posto, prese a gridare tutto infocato, con violenti gesti:

– Si osa proporre, o signori, oggi, oggi, come se noi ci trovassimo dieci o venti anni addietro, al tempo di Galileo Ferraris, si osa proporre un impianto idro–termoelettrico a Milocca! Ah come mi metterei a ridere, se potesse parermi uno scherzo! Ma coi denari dei contribuenti, o signori della Giunta, non è lecito scherzare, ed io non rido, io m’infiammo anzi di sdegno! Un impianto idro–termo–elettrico a Milocca, quando già spunta su l’orizzonte scientifico la gloria consacrata di Pictet? Non vi farò il torto di credere, o signori, che voi ignoriate chi sia l’illustre professor Pictet, colui che con un processo di produzione economica dell’ossigeno industriale prepara una memoranda rivoluzione nel mondo della scienza, della tecnica e dell’industria, una rivoluzione che sconvolgerà tutto il macchinismo della vita moderna, sostituendo questo nuovo elemento di luce e di calore a tutti quelli, di potenza molto minore, che finora sono in uso!

E con questo tono e con crescente fuoco, il consigliere Ansatti spiegò al pubblico attonito e affascinato la scoperta del Pictet, e come col sistema da lui inventato le fiamme delle reticelle Auer sarebbero arrivate alle altissime temperature di tremila gradi, aumentando di ben venti volte la loro luminosità; e come la luce così ottenuta sarebbe stata, a differenza di tutte le altre, molto simile a quella solare; e che se poi, al posto del gas, si fosse messa un’altra miscela derivante da un trattamento del carbon fossile col vapore acqueo e l’ossigeno industriale, il potere calorifico sarebbe aumentato di altre sei volte!
Mentr’egli spiegava questi prodigi, il consigliere Zagardi, suo rivale, quello che mi aveva compianto per la scala, sogghignava sotto sotto. L’Ansatti se ne accorse e gli gridò:

– C’è poco da sogghignare, collega Zagardi! Dico e sostengo di altre sei volte! Ci ho qui i libri; te lo dimostrerò!

E glielo dimostrò, difatti; e alla fine, balzando da quella terribile dimostrazione piú vivo e piú infocato di prima, concluse, rivolto alla Giunta:

– Ora in quali condizioni, o ciechi amministratori, in quali condizioni d’inferiorità si troverebbero il Municipio e il paese di Milocca, coi loro miserabili 1000 cavalli di forza elettrica, quando questo enorme rivolgimento sarà nell’industria e nella vita un fatto compiuto?

– Scusami, – diss’io piano all’amico Tucci, mentre gli applausi scrosciavano nella sala con tale impeto che il tetto pareva ne dovesse subissare, – levami un dubbio: non è intanto al bujo il paese di Milocca?

Ma Tucci non volle rispondermi:
Zitto! Zitto! Ecco che parla Zagardi! Sta’ a sentire!
Il tozzo omacciotto barbuto s’era infatti levato, col sogghigno ancora su le labbra, torcendosi sul mento, con gesto dispettoso, il rosso pelo ricciuto.

– Ho sogghignato, – disse, – e sogghigno, collega Ansatti, nel vederti così tutto fiammante d’ossigeno industriale, paladino caloroso del professor Pictet! Ho sogghignato e sogghigno collega Ansatti non tanto di sdegno quanto di dolore nel vedere come tu, così accorto, tu, giovane e vigile bracco della scienza, ti sia fermato alla nuova scoperta di quel professor francese e, abbagliato dalla luce venti volte cresciuta delle reticelle Auer, non abbia veduto un piú recente sistema d’illuminazione che il Municipio di Parigi va sperimentando per farne poi l’applicazione generale nella ville lumière. Io dico il Lusol, collega Ansatti, e non scioglierò inni in gloria della nuova scoperta, perché non con gl’inni si fanno le rivoluzioni nel campo della scienza, della tecnica e dell’industria, ma con calcoli riposati e rigorosi.

E qui lo Zagardi, non smettendo mai di tormentarsi sul mento la barbetta rossigna, piano piano, col suo fare mordace e dispettoso, parlò della semplicità meravigliosa delle lampade a lusol, nelle quali il calore di combustione dello stoppino e la capillarità bastavano a determinare senz’alcun meccanismo l’ascesa del liquido illuminante, la sua vaporizzazione e la sua mescolanza alla forte proporzione d’aria che rendeva la fiamma piú viva e sfavillante di quella ottenuta con qualunque altro sistema. E per un miserabilissimo centesimo si sarebbe ormai avuta la stessa luce che si aveva a quattro o cinque centesimi col vile petrolio, a otto o dieci con l’ambiziosa elettricità, a quindici o venti col pacifico olio. E il Lusol non richiedeva né costruzioni di officine, né impianti, né canalizzazioni. Non aveva egli dunque ragione di sogghignare?
O fosse per la tempesta suscitata nella poca aria della sala dalle deliranti acclamazioni e dai battimani del pubblico, o fosse per mancanza d’alimento, essendosi la seduta già protratta oltre ogni previsione, il fatto è che, alla fine del discorso dello Zagardi, i lumi si abbassarono di tanto, che si era quasi al bujo quando sorse per ultimo a parlare il Colacci, il vecchio gigantesco dalla pinguedine floscia. Ma ecco: prima un usciere e poi un altro e poi un terzo entrarono come fantasmi nell’aula, reggendo ciascuno una candela stearica. L’aspettazione nel pubblico era intensa: indimenticabile la scena che offriva quella tetra sala affollata nella semioscurità, con quelle tre candele accese presso il vecchio gigantesco che con ampli gesti e voce tonante mellificava la Scienza, feconda madre di luce inestinguibile, produttrice inesauribile di sempre nuove energie e di piú splendida vita.
Dopo le scoperte mirabili di cui avevano parlato l’Ansatti e lo Zagardi, era piú possibile sostenere l’impianto idro–termo–elettrico proposto dalla Giunta? Che figura avrebbe fatto il paese di Milocca illuminato soltanto a luce elettrica? Questo era il tempo delle grandi scoperte, e ogni amministrazione che avesse veramente a cuore il decoro del paese e il bene dei cittadini, doveva stare in guardia dalle sorprese continue della Scienza. Il consigliere Colacci, pertanto, sicuro d’interpretare i voti del buon popolo milocchese e di tutti i colleghi consiglieri, proponeva la sospensiva sul progetto della Giunta, in vista dei nuovi studi e delle nuove scoperte che avrebbero finalmente dato la luce al paese di Milocca.

– Hai capito? – mi domandò Tucci, uscendo poco dopo nelle tenebre dello spiazzo sterposo innanzi al Municipio. – E così per l’acqua, e così per le strade, e così per tutto. Da una ventina d’anni il Colacci si alza a ogni fine di seduta per inneggiare alla Scienza, per inneggiare alla luce, mentre i lumi si spengono, e propone la sospensiva su ogni progetto, in vista di nuovi studii e di nuove scoperte. Così noi siamo salvi, amico mio! Tu puoi star sicuro che la Scienza, a Milocca, non entrerà mai. Hai una scatola di fiammiferi? Cavala fuori e fatti lume da te .

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