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Politica

Pdl, muro contro muro: dopo il congresso rischio scissione

Di Redazione18 ottobre 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Le bandiere del Pdl

Le bandiere del Pdl

BERGAMO — Muro contro muro. Non c’è altro modo di descrivere la situazione che si sta venendo a creare dentro il Pdl di Bergamo in vista del congresso provinciale che, nelle previsioni, si terrà il 27 novembre prossimo.

Da un lato, il fronte laico sostenuto dalla Gelmini e guidato da Enrico Piccinelli. Dall’altra, quello formigoniano con un candidato probabilmente ciellino, guidato dal terzetto Raimondi-Pagnoncelli-Carrara. Entrambi gli schieramenti stanno tesserando in vista del congresso ma una cosa pare chiara: difficilmente si andrà a un’assise unitaria, su un candidato unico e condiviso.

Il fronte laico, d’altronde,è straconvinto della sua scelta: Enrico Piccinelli, dicono, è l’uomo giusto per guidare il rinnovamento del partito nell’interregno che andrà da qui alla nascita del Partito Popolare: o lui o lui, sostengono i suoi sostenitori. Il fronte ciellino, a sua volta, è straconvinto della bontà del proprio progetto. Siamo disposti ad aggregare, ma sul progetto formigoniano condiviso anche da Alemanno e Scajola, dicono. Chi ci sta, bene. Chi non ci sta, arrivederci.

Più che possibili intese, dunque, in questo momento prevalgono gli aut-aut. Se i laici si dicono sì disponibili a una convergenza ma solo su Piccinelli, i formigoniani replicano che sono disposti ad allargare il partito, ma a partire dalle loro idee (e in cascata dal loro candidato). Un dialogo fra sordi, dunque, con l’obiettivo evidente di spuntare il posizionamento migliore qualora fosse aperta una trattativa.

Ma allo stato attuale, il risultato di quest’intransigenza porta dritto a una china pericolosa. Quella che prevede prima un’impasse, poi un confronto al calor bianco al congresso e infine una scissione una volta proclamato il vincitore.

Soluzione che, a dire il vero, potrebbe andar bene a tutti e due i fronti. In un’epoca di disgregazione del partito, non è escluso che nonostante le dichiarazioni di facciata, una delle due fazioni in campo si disamori del Pdl e si stacchi per mettere in piedi qualcosa di nuovo di cui essere protagonista assoluta. Il vantaggio è che si presenterebbe come “nuova” agli elettori, mentre la vecchia etichetta pidiellina – in questo momento poco spendibile – resterebbe inesorabilmente appiccicata all’avversario.

La scissione, in ogni caso, riguarderebbe una fetta notevole del partito, valutabile intorno al 40-50 per cento degli iscritti. Il problema politico vero è quello di dimostrare che la scissione è avvenuta per volontà e intransigenza dell’avversario. In altre parole, per dissumulare l’autoritarismo e per mostrare quella parvenza democratica che finora è mancata al partito, deve essere l’avversario a “spaccare”.

Lo dimostra il fatto che, a un mese dal congresso, nonè stata ancora messa in piedi alcuna trattativa – nemmeno sotterranea – per arrivare all’unitario. Anche se i rumors nei giorni scorsi paventavano un possibile intevento di un mediatore – Gianni D’Aloia – per individuare un candidato terzo che potesse raccogliere i consensi di entrambi gli schieramenti.

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