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Orobie: a rischio estinzione il 60 per cento della flora

Di Redazione13 ottobre 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Un momento del convegno

Un momento del convegno

BERGAMO — “Il 60 per cento di specie della flora delle orobie rischia l’estinzione nel corso dei prossimi 80 anni”. Lo ha reso noto il presidente del Parco delle Orobie Bergamasche, Franco Grassi durante una giornata scientifica dedicata alla conseguenze dei cambiamenti climatici sull’ecosistema della Alpi che si è tenuta ieri al Palamonti, nell’ambito della nona edizione di Bergamoscienza e in collaborazione con il Cai di Bergamo e il Cai Alta Valle Brembana.

Alcuni dei maggiori esperti italiani, da anni impegnati nello studio delle variazioni degli ecosistemi nel territorio alpino, insieme ai referenti del progetto internazionale “Gloria”, condotto dal Parco delle Orobie Bergamasche, l’Università degli Studi di Pavia, il Wwf e il Centro Meteo Lombardo, si sono confrontati sugli spostamenti della flora che da millenni abita la più imponente catena montuosa italiana.

Grazie ai dati raccolti dall’esperto del Parco, Juri Belotti, sono stati esposti i risultati più significativi del progetto. “Da una prima analisi dei cambiamenti climatici in atto – ha spiegato Grassi – è emerso che il 60 per centodi specie della flora delle orobie rischia l’estinzione nel corso dei prossimi 80 anni. Le Orobie sono infatti montagne che non raggiungono quote elevate (max. 2521 m Presolana) e essendo collocate nella parte esterna delle Alpi, risentono maggiormente dell’innalzamento delle temperature. A peggiorare le condizioni contribuiscono le rocce calcaree altamente permeabili di cui sono costituite che rendono le Orobie naturalmente aride”.

E’ questo l’effetto del Global Change, cioè il tasso di aumento della temperatura del pianeta a partire dall’ultima glaciazione, registrato soprattutto sulle Alpi, dove l’incremento è stato doppio rispetto a quello delle restanti zone dell’emisfero settentrionale. I cambiamenti climatici sono responsabili di mutamenti radicali del paesaggio alpino, con conseguenze soprattutto sui ghiacciai e sulla vegetazione. “Esiste un trend in cui le temperature più alte si hanno in luglio, le più basse corrispondono al periodo pre e post invernale in assenza di copertura nevosa (ottobre e marzo), mentre nei mesi invernali le temperature tendono ad attestarsi attorno agli 0°C a causa della coltre nevosa” ha ricordato Belotti.

Nel corso della conferenza i ricercatori hanno spiegato com’è possibile prevedere le variazioni future sugli ecosistemi studiando il clima del passato, attraverso l’analisi della morfologia del paesaggio e dei cosiddetti archivi naturali, come i sedimenti lacustri, le torbiere e le piante. Sono intervenuti Paolo Cherubini, della Swiss Federal Research, Giovanni Leonelli, ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, Cesare Ravazzi, dell’Istituto per la Dinamica dei Processi Ambientali del Cnr.

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