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Editoriali Politica

Uno, nessuno, centomila: ma quanti sono questi Partiti Popolari?

Di Redazione7 ottobre 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il simbolo della Democrazia Cristiana

Il simbolo della Democrazia Cristiana

Partito popolare, Partito Popolare, fortissimamente Partito Popolare. Non accadeva dal 1992 che si parlasse con tanta insistenza della necessità di un partito dei moderati, d’ispirazione cattolica, pronipote della vecchia Dc. Eppure l’intero mondo politico è in subbuglio per una nuova creatura che, al momento, è ben di là da venire.

Di progetti di Partito popolare in questo momento ne sono aperti almeno quattro, forse cinque. Il primo è quello dell’Udc, che si considera discendente diretto del popolarismo cattolico in Italia, disposto ad allargare anche a sinistra, a quella che un tempo fu la Margherita. Il secondo è quello del ministro Romano, ex democristiano con le idee molto chiare (in tandem con il bergamasco Gianantonio Arnoldi), pronto a introdurre diverse novità riformiste. Il terzo è quello dei moderati del Pdl e che, a sua volta, si coniunga in un due versioni: una alfaniana (a Bergamo i gelmiani) e l’altra alfaniano-formigoniania (rappresentata a Bergamo dall’asse Raimondi-Pagnoncelli). Il quarto è quello delle liste civiche e movimenti cattolici, che in Bergamasca trova il suo esponente più in vista in Valerio Bettoni, ex Dc convinto.

Tanti progetti, con padri e figli diversi, coniugazioni politiche differenti ma un solo sbocco. Solo che per arrivare a quel traguardo, ognuno finora ha preferito fare un percorso a sé, convinto della bontà esclusiva delle proprie idee e attratto dell’opportunità di arrivare alla meta in vantaggio sugli amici.

Parafrasando termini ormai desueti, pare di assistere alle celebri “convergenze parallele”. E qui nascono i primi problemi. Fermo restando che ad oggi del partito non c’è nemmeno l’embrione, l’auspicio è che i diversi attori in gioco stabiliscano un percorso comune. Una convergenza vera, almeno su alcuni temi cardine che non possono non essere condivisi.

Il progetto Alfano, da questo punto di vista, è partito bene. Benedetto dalla Chiesa cattolica e dai sindacati bianchi, punta a una possibile convergenza con l’Udc. Ma Casini pare nicchiare, seguendo una strategia tutta sua che punta dritta al Quirinale magari passando da una crisi di governo o da un esecutivo tecnico sostenuto da Udc-Lega-Pd. Quindi obiettivi a breve e medio termine, aspettando gli scenari che verranno.

Il secondo ostacolo da superare sulla via del popolarismo riguarda la struttura. Un partito democratico, organizzato in correnti come accadeva nella vecchia Dc, è possibile. Ma il rischio è quello di importare le guerre derivate da esperienze politiche precedenti. Ciò è particolarmente vero nel Pdl dove, più che a normali confronti, in questi anni abbiamo assistito a una guerra fra bande a tutti i livelli, dal nazionale al locale, con la prospettiva di regolamenti di conti futuri o futuribili.

Partire dunque dagli uomini per mettere assieme un partito è un errore madornale che il Pdl ha già fatto, con la fusione fredda Forza Italia-Alleanza Nazionale. Al contrario, stabilita un’idea comune andrebbero ricercati ulteriori elementi aggreganti e coloro i quali siano disponibili a condividerli, convergendo sul progetto. E’ quello che va predicando da tempo Roberto Formigoni: un partito con solide idee che aggreghi e includa invece di dividere. Paradossalmente si tratta dello stesso principio che stava alla base del Partito Democratico da cui Formigoni ha preso in prestito le primarie, ma che è stato disatteso, portando il progetto a un clamorosamente fallimento per tensioni interne e obiettivi fumosi e universalitistici.

Per questo il manifesto dei 53 sindaci bergamaschi che sostengono il progetto formigoniano è particolarmente importante. Perchè mette i primi paletti a un progetto politico molto preciso e circoscritto: meritocrazia quindi stop definitivo a nomine estemporanee di parenti, amanti o affini; territorio ovvero proselitismo e rilancio del ruolo degli amministratori locali; responsabilità ovvero serietà dell’azione politica. Poco per definire i contorni di un partito vero, ma sufficiente per far muovere i primi passi al progetto. Progetto che chiede una cosa semplice quanto determinante: siete disposti a accettare quanto scritto nel programma? Se “sì” benvenuti, se “no” arrivederci andiamo per la nostra strada. Ivi compresa quella della creazione di un partito proprio.

Il terzo problema sono i componenti del futuro gruppo dirigente del partito. Ebbene, in un’Italia che pare aver dichiarato guerra ai personaggi attuali della politica, riproporre le stesse facce sarebbe un errore marchiano. Per due motivi: primo perché gli italiani non le sopportano più. Secondo, perché se l’operazione viene percepita come semplice lifting cosmetico la partita è persa in partenza.

Insomma, il percorso dovrebbe essere: prima le idee, poi le prigiudiziali che selezionino gli aderenti e contemporaneamente la ricerca del collante che tenga insieme le molteplici declinazioni del popolarismo in salsa italiana. Potrebbe essere la “vision” comune, una visione alta, seria e nobile della politica, mediata dai padri del popolarismo europeo, da Willy Brandt a Helmut Kohl. Ma, ad essere sinceri fino in fondo, personaggi e orizzonti di questa levatura in Italia ancora non se ne vedono.

Wainer Preda

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