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Italia

Amanda Knox e Sollecito assolti. La folla urla: vergogna (video)

Di Redazione4 ottobre 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Amanda all'uscita dal tribunale

Amanda all'uscita dal tribunale

PERUGIA — E alla fine l’hanno fatta franca. Raffaele Sollecito e Amanda Knox non hanno ucciso Meredith Kercher. Lo ha stabilito la Corte d’assise d’appello di Perugia che li ha assolti con la formula più ampia, per non avere commesso il fatto, dall’accusa di omicidio.

Dopo quattro anni in carcere, la Corte ne ha ordinato la scarcerazione immediata. I due ex fidanzati hanno potuto lasciare il carcere diretti entrambi verso casa, la Puglia di Raffaele e gli Usa di Amanda. Una sentenza che spazza via le condanne a 25 e 26 anni di reclusione che stavano scontando in cella in seguito all’arresto da parte della polizia all’alba del 6 novembre del 2007.

Quattro giorni dopo che Meredith Kercher, studentessa inglese a Perugia per studiare, era stata uccisa nell’abitazione di via della Pergola che divideva con Amanda e due italiane. Anche se loro hanno sempre negato di avere ucciso la giovane inglese. Una sentenza accolta dalle urla e dai fischi dei tanti in attesa davanti al palazzo di giustizia perugino.

Accompagnati dal coro “vergogna” durante le interviste di alcuni dei difensori alle principali tv mondiali. In aula i familiari di Meredith Kercher, la madre Arline, la sorella Stephanie e il fratello Lyle, avevano assistito praticamente attoniti alla lettura della sentenza.

I giudici hanno inflitto tre anni di reclusione alla Knox per la calunnia a Lumumba. Pena comunque gia’ scontata. Il processo d’appello ha avuto il suo snodo nella perizia genetica disposta dalla Corte il 18 dicembre del 2010 su richiesta delle difese mentre era stata loro negata in primo grado. Esame che ha riguardato il coltello indicato dall’accusa come l’arma del delitto e il gancetto del reggiseno indossato da Meredith quando venne uccisa a Perugia, la sera del primo novembre del 2007. I giudici avevano infatti accolto la richiesta delle difese richiamando la regola posta dall’articolo 533 del codice di procedura penale. Quella che prevede la condanna “soltanto se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di la’ di ogni ragionevole dubbio”.

I giudici avevano quindi rilevato che “l’individuazione del Dna su alcuni reperti e la sua attribuzione agli imputati risultava particolarmente complessa per la obiettiva difficoltà da parte di soggetti non aventi conoscenze scientifiche di formulare valutazioni ed opzioni su materie particolarmente tecniche senza l’ausilio di un perito d’ufficio”.

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