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Editoriali Politica

Pdl Bergamo: ma quale complotto, qui il rischio è il suicidio

Di Redazione11 agosto 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Gianni D'Aloia e Carlo Saffioti

Gianni D'Aloia e Carlo Saffioti

Nonostante all’esterno non traspaia quasi nulla, sono giorni di grande tensione dentro il Pdl di Bergamo. Le vicende delle recenti nomine nelle società pubbliche, oltre che imbarazzi, hanno creato fortissimi contrasti dentro il partito. Scontri tenuti volutamente sottotraccia, attraverso lettere riservate non pubblicabili dai giornali, ma pesantissimi sui rapporti interni al partito.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, come noto, sono stati gli incarichi nelle società pubbliche attribuiti a persone vicine al coordinatore provinciale Carlo Saffioti: Gianni D’Aloia a Uniacque e Anna Pagnini a Bergamo Infrastrutture (poi ritirata).

Ebbene, al di là dei botta e risposta al calor bianco fra i giovani del Pdl e il numero uno di via Frizzoni, di cui si sono sentiti solo gli echi, ci interessa analizzare il dato politico. Perché siamo convinti che le lettere di “scomunica” e la ricerca del capro espiatorio in Jonathan Lobati (autore di una missiva di forte critica pubblicata dai giornali), rischiano di essere solo una cortina fumogena alzata ad arte per distogliere l’attenzione dalla vera questione di fondo. Ovvero: le scelte di Saffioti sono state opportune oppure no?

La disputa, lo sottolineiamo, non corre sul piano dell’onestà che tutti, noi compresi, riconosciamo a Saffioti, ma su quello delle scelte. Il coordinatore le difende, legittimamente, a spada tratta. Ma ci sono alcuni dati di fatto indiscutibili: se fossero state politicamente inattaccabili Anna Pagnini non si sarebbe mai dimessa; se fossero state politicamente azzeccate non avrebbe avuto alcun senso attribuirle al sindaco Tentorio (che peraltro non ha mai né confermato né smentito).

Il merito, lo precisiamo, non è professionale, ma politico. Perché sul versante professionale le scelte di Saffioti non fanno una grinza. Anna Pagnini è un’esperta contabile. Gianni D’Aloia ha tutte le competenze per fare il presidente di Uniacque. Non tanto per gestire un’azienda che si occupa d’acqua quanto per affrontare la complessa operazione di fusione con Bas Sii. Nelle fusioni fra grandi società servono conoscenze legali molto precise, anche in virtù degli enormi capitali in gioco. E l’avvocato siciliano, titolare di un prestigioso studio cittadino, ha tutte le carte in regola.

Ma i rilievi mossi da buona parte del partito e dai giornali, lo ribadiamo, non erano di carattere professionale bensì politico. Saffioti, prima di tutto, ha sbagliato la scelta di tempo. Forse negli ambienti ovattati della Regione certi messaggi non arrivano, ma sull’Italia intera, Bergamasca compresa, spira il vento dell’antipolitica, con gli italiani pronti a imbracciare il forcone al minimo sgarro: per questo promuovere persone del proprio entourage o addirittura la propria fidanzata in ruoli pagati con denaro pubblico equivale a gettarsi volontariamente su quelle punte.

Con quegli azzardi Saffioti ha rischiato di giocarsi la credibilità costruita in vent’anni di carriera. Il problema è che il suo suicidio politico, “suicida” anche il partito. Perché diciamola tutta, dopo la bufera nomine finita su tutti i giornali (non si era mai vista, per esempio, un’intera pagina di proteste per Uniacque nelle lettere de L’Eco), il Pdl Bergamo ha perso l’autorevolezza rimasta. Da qui nasce l’irritazione del parlamentare Giorgio Jannone che si sarebbe tramutata in una telefonata di fuoco al coordinatore.

Il Pdl sta vivendo un momento di passaggio difficile, difficilissimo. Ma è evidente che iniziative come quelle messe in campo nelle ultime settimane non giovino all’immagine esterna del partito, e finiscano per alimentare turbolenze interne sempre più intense. L’impressione, dentro i vari gruppi, è che Saffioti stia giocando esclusivamente per la corrente che lo sostiene. Il che potrebbe anche starci. Ma quello che il coordinatore non può pretendere è che il resto del partito e i giornali chiudano gli occhi e la bocca davanti alle sue scelte. Il diritto di critica, anche aspra quando esercitata nelle dovute maniere, è sacrosanto e sancito dall’art.21 di quella Costituzione che anche i consiglieri regionali, ci risulta, sono tenuti a rispettare.

Serve chiarezza di metodo, prima di tutto. E serve chiarezza anche nelle posizioni del resto dei protagonisti della politica, perché se il commissario Saffioti, nonostante tutto, è ancora al suo posto qualcosa vorrà pur dire. Sono molti quelli che hanno tutto da guadagnare da un Saffioti ancora in sella. A partire da Marcello Raimondi, a cui conviene un collega ridimensionato ma ancora vivo per evitare il collasso del partito. E così, ecco la danza sul filo del rasoio, che prevede un passo con Pagnoncelli e Carrara e il successivo con Saffioti, ma che alla fine sortisce un unico effetto: bloccare l’ingresso in sala di Enrico Piccinelli, gradito alla Gelmini come nuovo coordinatore ma avverso a Comunione Liberazione (anche se Cl, per voce di Cerea, ha mostrato segnali d’insofferenza nei confronti di Saffioti).

Mentre è significativo che, dopo aver chiesto pubblicamente le dimissioni davanti agli amministratori locali, Pagnoncelli non abbia colto l’occasione delle nomine per  affondare il colpo e dare scacco matto al “rivale” di sempre.

Ciò dimostra che non c’è alcun complotto ai danni di Saffioti. La presunta “cospirazione” paventata da uomini vicini al coordinatore è, permetteteci, pura fantasia. Semplicemente perché tutto il baillame di queste settimane è partito dal coordinatore stesso. Da scelte parse ancora una volta unilaterali, legittime ma tutte sue, non condivise da una parte consistente del partito. Da quegli incarichi arrivati come se nulla fosse all’indomani del discorso epocale sullo “stop nomine, meritocrazia” che il ministro Gelmini fece alla festa provinciale del Pdl.

Dei contrasti, veri o presunti, in atto in queste ore nel partito è emersa solo la minima parte. I panni sporchi d’altronde si lavano in casa e non al fiume. Ma avanti di questo passo c’è il rischio che il fiume esca dagli argini e spazzi via casa, panni e residenti. E poi si salvi chi può…

Wainer Preda

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