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Lettere

Quel che resta del G8 di Genova

Di Redazione19 luglio 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Genova, 10 anni fa

Genova, 10 anni fa

Riceviamo e pubblichiamo la lettera giunta in redazione da una lettrice che, in occasione del prossimo decennale del G8 di Genova, esprime il suo punto di vista su fatti che insanguinarono quell’evento.

“Sono trascorsi 10 anni dal G8 di Genova e la violenza di quei giorni è ancora viva nella memoria dei cittadini. In città fa caldo come allora e si respira un’atmosfera densa di tensione, ricordi di terrore.

Era il 19 luglio 2001, mentre i “Grandi” della terra, riuniti, discutevano, in città cominciarono ad arrivare i primi manifestanti. Iniziarono i cortei pacifisti, scortati dalle forze dell’ordine. Tutto sembrava tranquillo e niente, nonostante qualche perplessità, faceva presupporre quanto sarebbe accaduto.

La città è blindata, transenne delimitano le zone da non oltrepassare, polizia e carabinieri, in tenuta antisommossa, pronti ad intervenire alla minima avvisaglia di rivolta, sembra quasi di esser in assedio di guerra.

E’ il 20 luglio 2001, arrivano in città altri gruppi di manifestanti ma tra di essi ci sono coloro che, da lì a poco, semineranno il terrore in tutta la città. Fanno della città, terra di fuoco.

I cittadini si barricano in casa, perché solo così si sentono al sicuro, ma col timore dentro di essi, che neanche così possano stare al riparo di qualche violenza. I negozianti chiudono i negozi perché assaliti dalla paura di ripercussioni nei loro confronti da parte dei sovversivi.

Nelle prime ore del pomeriggio inizia una guerriglia vera e propria. Atti vandalici a proprietà pubbliche e private, distributori di benzina divelti, cassonetti dei rifiuti incendiati e utilizzati come sbarramento. Auto incendiate. E’ il panico.

Polizia e Carabinieri, lanciano lacrimogeni con l’intento di disperdere i rivoltosi ma invano. Le forze dell’ordine avanzano cercando di sedare la rivolta, ma è inutile, vengono aggrediti, colpiti da sassi e tra di essi, c’è anche qualche ferito, fortunatamente non grave. Io ho seguito quanto accadeva nella mia città, alla tv, impietrita, allibita, incredula ed esterrefatta per ciò che vedevo. Ogni istante che passava sentivo crescere in me la rabbia, il sangue mi ribolliva nelle vene.

Vedevo i rivoltosi, venuti in città da ogni luogo, col solo intento di seminare terrore. La città è nel caos più assoluto. E’ la guerra, una guerra senza senso.

Ad un certo punto, sento il cronista dire alla tv che è accaduto un fatto increscioso. C’è un morto. Il mio primo pensiero è andato ai militari, ho pensato che un’esponente delle forze armate, avesse perso la vita negli scontri. Non era così.

Il ragazzo in questione si chiamava Carlo Giuliani, ma non era il bravo ragazzo della porta accanto, trovatosi lì per caso. Era uno dei black bloc, persone vestite di nero e con in testa un passamontagna anch’esso nero, per non farsi riconoscere, che brandendo un estintore, raccolto da terra, si scaglia contro la Land Rover Defender dei Carabinieri, con a bordo tre giovani militari, tra cui il 20enne, Mario Placanica, carabiniere di leva. Il mezzo militare restò bloccato di fronte ad un cassonetto dei rifiuti, mentre faceva manovra ed impossibilitato a muoversi. Fu allora che i militi vennero aggrediti ed il Placanica restò ferito al volto dai sassi. Giuliani con in mano l’estintore si lancia contro il veicolo dei militari, e non certo per far loro “una carezza”,ma con l’intento di far del male, di ……uccidere.

Il Placanica, fu allora che estrasse la sua pistola d’ordinanza e sparò. Un gesto dettato dall’istinto per la propria e quella dei suoi colleghi, sopravvivenza. Pura e semplice legittima difesa.

Parte dell’opinione pubblica si schierò dalla parte del Giuliani condannando il Placanica e tutte le forze armate, inveendo contro di loro con l’appellativo di “assassini”. Ingiustamente dico io. Coloro che ancor oggi difendono il Giuliani si sono mai chiesti cosa provò in quel momento quel giovane carabiniere che, vistosi aggredire con tanta ferocia, dovette sparare? Forse è stata l’unica volta che ha dovuto impugnare la sua pistola d’ordinanza e, sparare ad un suo simile. Ci sono filmati di quel giorno, a testimonianza, dell’aggressione subita dai militi dell’Arma.

Forse perché faccio parte da generazioni della grande famiglia della Benemerita mi accaloro, mi infervorisco, più di chiunque altro di fronte a tanta violenza. I delinquenti vanno giudicati e puniti come meritano, purtroppo però mi accorgo che viviamo in un Paese dove giustizia e legge non vanno di pari passo. Questa è la mia opinione, che sia condivisa o meno dagli altri, poco importa, siamo in un Paese detto “libero” ed ognuno deve essere in grado di far conoscere il proprio pensiero agli altri.

Ora che Carlo Giuliani è morto, per i genitori, è un “Santo”. Ma perché non dicono la verità? Il ragazzo era stato allontanato da casa, dagli stessi famigliari, in quanto non condividevano il suo stile di vita. Era un ragazzo che viveva ai margini della strada. L’obiettività è valida in ogni circostanza. Da genitore posso capire il dolore per la perdita di un figlio, e che è una legge contro natura che un genitore sopravviva al proprio figlio, ma ciò non giustifica che, ancor oggi, da carneficevenga emulato a martire.
Se la situazione fosse stata l’opposto, come avrebbero reagito i Sig.ri Giuliani?

In un altro Paese, un episodio del genere con prove inconfutabili per la reazione di un militare, credo che l’opinione pubblica non si sarebbe schierata dalla parte dell’aggressore.

Torniamo al carabiniere Placanica, oggi ex CC. Egli arruolandosi, anche se di leva, nella Benemerita vedeva realizzato il suo sogno. Quello di poter essere utile al prossimo, di tutelare e salvaguardare i cittadini, adempiendo al proprio dovere, con abnegazione, amore, passione e mettendo a repentaglio la propria vita quotidianamente, per salvare quella di ogni singolo individuo. Il tribunale dei diritti umani ha riconosciuto Mario Placanica non colpevole in quanto ha agito per legittima difesa. Ma, egli, non presta più servizio nell’Arma dei CC: lo shock psicologico subito lo ha devastato, privato degli anni migliori della sua vita. Non ha più un lavoro e sono convinta che il ricordo di quanto accaduto sarà sempre vivo nella sua mente. Ma, per i più, non conta niente, tanto “era solo un semplice carabiniere”, ma non considerano che era nel pieno adempimento del suo dovere.

E’stato abbandonato a se stesso, invece doveva e può ancora, essere aiutato. Meriterebbe di essere reintegrato in servizio.

In città è stato dato il suo nome ad una piazza, ma in base a quali meriti mi chiedo? Cosa ha fatto per la sua città? Ha forse fatto delle donazioni all’Ospedale Gaslini,in favore dei bambini che soffrono? Ha forse donato apparecchiature speciali per la cura dei pazienti terminali? No, ha solo contribuito alla distruzione della sua stessa città, quella che gli ha dati i natali. Era un poco di buono e basta, a mio avviso.

Credo anche che all’epoca dei fatti su citati, ci siano stati anche dei lati poco chiari, ma questo è un punto che non mi compete commentare, lascio tale compito a chi di dovere.

Il Decennale dovrebbe essere una ricorrenza per ricordare il coraggio, l’impegno, l’amore, la passione con cui tutte le nostre Forze Armate hanno operato in quei giorni di terrore.

Le Forze dell’Ordine operano quotidianamente su tutto il nostro territorio nazionale ed anche all’estero, col massimo impegno, sempre pronti ad intervenire in ogni singola situazione e assicurando i malviventi alla giustizia.

Ricordiamo che ci sono vari corpi e reparti speciali, atti a debellare il crimine organizzato, il traffico di droga, a tutelare il patrimonio artistico, l’inquinamento ambientale, la tutela della salute del cittadino e tanti altri ancora. Tutte queste persone, uomini e donne che indossano una divisa, dobbiamo onorarli, ringraziarli per il loro operato che svolgono con amore, umiltà e passione, consapevoli che ogni istante del giorno e della notte rischiano la vita. Dobbiamo rispettarli ma, soprattutto, mi viene in mente una frase che era sovente dire mio padre, la cito: “Io indosso la divisa e servo il mio Paese con onore . Rispettate la mia persona , ma ricordate che prima ancora esigo rispetto per la divisa che indosso, perché essa tramite me, rappresenta l’Arma dei Carabinieri alla quale ho giurato di servirla con onore e fedeltà. Nei secoli fedele.

Uomini e donne in divisa, a qualsiasi corpo militare Voi apparteniate, Vi ringraziamo di esistere, siete i nostri Angeli custodi terreni. Ci date sicurezza. Grazie per tutto quel che fate per noi, sempre.

Auspico che le manifestazioni in programma nei prossimi giorni, a Genova, possano svolgersi nella massima tranquillità e serenità. Che non accada alcun incidente di sorta e che i cittadini possano camminare per le vie della città tranquillamente, senza l’ombra della paura”.

LETTERA FIRMATA

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