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Politica

Dati alla mano, ecco perché non vogliono abolire le Province

Di Redazione14 luglio 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La Provincia di Bergamo

La Provincia di Bergamo

BERGAMO — Il dibattito nei giorni scorsi ha suscitato scintille. Ma alla fine il parlamento, pur annunciando il taglio dei costi della politica, ha deciso – con il voto favorevole di Pdl e Pd – di non cancellare le Province. Ma quanto ci costano in realtà questi enti istituzionali che la maggior parte degli italiani (lettori di Bergamosera compresi, visto che nel sondaggio della scorsa settimana l’89 per cento ha votato per la soppressione) ritengono inutili?

Breve storia. Le province nascono con il Regio Decreto 3702 del 23 ottobre 1859 (cosiddetto Decreto Rattazzi) che, sul modello francese, aveva stabilito l’organizzazione del territorio in Province, Circondari, Mandamenti e Comuni. La provincia nasceva così come ente locale dotato di propria rappresentanza elettiva e di un’amministrazione autonoma.

Nel 1861 sono 59 e per come sono incastonate nel territorio hanno un loro senso, nel senso del governo del territorio, con la figura preponderante del Prefetto, di nomina regia. Fin dalla nascita la loro moltiplicazione è molto veloce. Nel 1870 sono già 69, fino al 1920 che si attestano a 70, per fare il salto nel 1954 e raggiungere la cifra di 92 e giungere ai giorni nostri al numero tondo tondo di 110.

Detta in soldoni, oggi 40 governate dal Pd, 36 al Pdl, 13 alla Lega, 5 all’Udc, 2 all’Mpa e 14 da altre forze locali e liste civiche. Le province non crescono solo di numero, ma anche il loro assetto politico subisce dei cambiamenti, anche con il susseguirsi della mutazione dei governi e delle leggi elettorali che nel tempo variano in maniera sostanziale. Le province sono previste dalla nostra Costituzione, anche se dovevano essere soppresse dal 1970 con l’arrivo delle Regioni. Sono ancora lì, anzi sono aumentate di una trentina.

Fin dalla loro istituzione, accanto alle province sorge l’ufficio del Commissario che deve mettere in piedi la struttura: questura, prefettura, vigili del fuoco, il comando dei Carabinieri, la costituzione dei dipartimenti provinciali, Commissione tributaria, Guardia di Finanza. Per non dilungarmi, salvo errori ed omissioni il costo per una nuova provincia è di circa 50 milioni di euro.

La sopravvivenza di questo organo istituzionale, garantisce un reddito certo per 60mila burocrati e un esercito di 4.000 politici di professione. A questi dobbiamo sommare portaborse, consulenti, assistenti, in un numero non ben precisato, con relative carriere e stipendi. Un esempio, solo di cariche elettive le province costano circa 120 milioni di euro l’anno.

MA che succede se aboliamo le Province? Al di sotto di un certo parallelo, la ricollocazione del personale addetto in altri enti statali o parastatali potrebbe essere un problema. Non lo è invece per quella parte del territorio italiano in cui istituzioni e uffici pubblici hanno personale e pianta organica sottostimati, rispetto alla mole di lavoro da svolgere.

Quindi con l’abolizione di questo carrozzone, il risparmio strutturale immediato sarebbe di 13 miliardi di euro annui, e regime 20 miliardi ogni anno, scusate se è poco.

L’abolizione di questo ente, insieme ad altri, non crea problemi alla cittadinanza perché raccoglie molti doppioni di dipartimenti dei vari ministeri e Regioni. A titolo informativo, i nostri eletti, tra parlamentari nazionali, consiglieri, assessori, ed amministratori locali, sono un esercito di circa 176mila persone, una volta e mezzo la città di Bergamo.

Fernando Gramano

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