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Mentana replica a Santoro: la libertà è una sola

Di Redazione4 luglio 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Enrico Mentana

Enrico Mentana

MILANO — Riportiamo la versione integrale della lettera inviata da Enrico Mentana al Corriere della Sera per rispondere alle accuse lanciate da Michele Santoro sulla presunta mancanza di libertà editoriale esistente a La7.

“Caro Michele,
nella tua lettera aperta a me indirizzata dalle colonne del Fatto Quotidiano, dopo la rottura delle trattative per il tuo arrivo a La7, affermi che siamo «diversamente liberi». Non so cosa voglia dire: non abbiamo mai lavorato insieme, e per quanto mi riguarda so che la libertà non è mai relativa. Dirigo un telegiornale, non una struttura clandestina: e tutti quindi possono misurare la libertà di cui godo, e che mi sono presa attraverso la garanzia di risultati che porto all’editore. Ho imparato, anche negli anni a Mediaset, che i principali ingredienti della libertà sono due, l’intransigente necessità di esercitarla per fare il nostro mestiere, e il successo che ne consegue. Un lavoro informativo libero porta consenso e fidelizzazione del pubblico, e tutela il giornalista rispetto all’azienda che ne ospita i programmi. Scrivi che tu ed io «abbiamo nei confronti del potere (economico, politico ed editoriale) atteggiamenti molto distanti». Ho sulle mie spalle quasi vent’anni di tg diretti e condotti.

Avrò fatto bene o male, ma nella videoteca non troverai una sola marchetta per questa o quella casa automobilistica, per questo o quello stilista, per questa o quella azienda pubblica o privata (Telecom compresa). Non telefono ai politici né loro mi telefonano. In decenni di intercettazioni che hanno fatto la fortuna dei giornali e riscritto la storia penale, politica e di costume italiana non è mai stata segnalata una conversazione che mi riguardi. Non voto; ho pagato con la disoccupazione vera e senza sponde il dissenso con l’azienda in cui lavoravo. Siamo diversi, certo. Come diverso da te e da me è, ad esempio, Gad Lerner. Eppure credo che la nostra libertà sia la stessa, identica anche a quella del cittadino che sceglie da chi farsi informare e come. Per questo mi sono battuto in tutti i modi perché tu venissi a La7.

Per questo sono arrivato a proporre di addossarmi la responsabilità del tuo programma, così da superare l’impasse tra te e l’amministratore delegato Stella. Per questo ho chiesto all’Azienda in cui lavoro (e in cui speravo che anche tu saresti venuto a lavorare) un chiarimento netto sulle pressioni esercitate contro Telecom per ostacolare il tuo arrivo. L’ho fatto nel telegiornale, non per le vie laterali, dopo aver fatto ascoltare per intero le tue accuse. Ora Telecom Italia Media ha risposto formalmente, si prende la responsabilità della rottura e anche della bocciatura della mia offerta di copertura sul programma (non precisamente un atto di egoismo o di «diversa libertà» nei tuoi confronti). Ero stato il primo a suonare l’allarme sul rischio di pressioni politiche, già il giorno dopo la puntata finale di «Annozero».

Ma so per esperienza diretta che forza, fermezza e dignità servono proprio a scardinare ogni vincolo o pressione. Per questo sabato, con l’intervista apparsa qui sul Corriere e l’altra al Fatto, ho tentato di tenere aperto il canale di trattativa, sforzo certo velleitario, ma non insensato. Nel momento in cui già falchi e falchetti sparavano su La7 «sotto il giogo del Cavaliere» e su di te «fazioso capopopolo che pretendeva di fare gli affari suoi coi soldi degli altri», ho ricordato come il giorno dopo la rottura sia sempre quello in cui le accuse si fanno più aspre e incontrollate. Io invece credevo, e credo ancora, che la via dell’intesa non sia del tutto preclusa. L’ho detto sapendo benissimo che sarei andato incontro al tiro incrociato delle due intransigenze, e anche forse al fuoco amico, come poi è successo. Resta un punto: la tua lettera agra, la tua polemica ricerca della diversità, confermano che certo non mi sono mosso in queste settimane per interessi di parrocchietta o di compagnucci. L’ho fatto proprio per amor di libertà, con l’idea che una rete libera possa ospitare tutte le voci di chi sa fare informazione. Certo non ne avrei tratto alcun vantaggio, se non quello di contribuire ancor di più a far crescere La7. Ci proverò lo stesso, insieme agli altri «diversamente liberi»”.

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