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Mamme e Bimbi

Parto: quando occorre l’induzione

Di Redazione20 aprile 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Parto indotto

Parto indotto

Le quaranta settimane di gravidanza sono trascorse. Può essere che il ginecologo scelga di aspettare che il piccolo decida di nascere, tenendovi regolarmente monitorate. Ma può anche accadere che il medico opti per l’induzione, ovvero quegli interventi medici, chirurgici e farmacologici per determinare l’inizio del travaglio.

Esistono due tipi d’induzione, una farmacologica e l’altra non farmacologica.

I metodi non farmacologici prevedono tecniche in cui non si usano dei farmaci che provocano le contrazioni. Lo scollamento delle membrane amniocoriali, l’amniorexi, la stimolazione manuale del capezzolo e la dilatazione meccanica della cervice uterina. La manovra più nota e diffusa è lo scollamento delle membrane che prevede la separazione delle membrane amniocoriali dalla parte interna del collo dell’utero.

Per quanto riguarda le induzioni farmacologiche, si scelgono farmaci che portano alla “maturazione cervicale e a un’attività contrattile regolare”. Si tratti di preparati a base di ossitocina o prostaglandine. Quest’ultimo tipo di induzione avviene mediamente tramite un gel: candelette vaginali vengono inserite all’interno dell’utero. Ciò consente l’ammorbidimento di una cervice ancora ben chiusa agevolando la dilatazione con l’impiego dell’ossitocina. L’ormone viene somministrato alla donna attraverso flebo e stimola le contrazioni dando il via al travaglio.

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