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Editoriali Politica

Centrodestra, centrosinistra e le espulsioni in salsa bergamasca

Di Redazione8 aprile 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il coordinatore provinciale del Pdl Carlo Saffioti

Il coordinatore provinciale del Pdl Carlo Saffioti

Devo essere sincero. Questa raffica di espulsioni dai partiti locali mi preoccupa non poco. La Lega a Treviglio ha silurato a male parole Patrizia Siliprandi. Nelle ultime ore il Pdl ha fatto fuori due consiglieri comunali di Urgnano e sospeso Gianpietro Sangaletti a Treviglio. Sempre a Treviglio, il Pd ha dato l’aut aut ai suoi: chi non sta con la Borghi è fuori.

C’é una strana deriva “verticistica” nelle segreterie dei partiti bergamaschi. Chi non sottoscrive le scelte dei capi deve andarsene. Che ciò sia derivato dall’indole nazionale, che professa l’infallibilità dei leader, è abbastanza evidente. E dire che per anni la tradizione politica italiana, dalla Democrazia Cristiana al Partito Comunista, ha sempre contemplato, senza batter ciglio, il dissenso interno. A volte relegandolo, a volte canalizzandolo, ma sempre attribuendogli quell’aura di “fattore basilare e indispensabile” per la politica che, non dimentichiamolo, è soprattutto arte del dialogo e della mediazione.

Ora, non mi stupisce che la Lega, fin dalle origini gerarchicamente strutturata e per certi versi “militarizzata”, proceda alle espulsioni. E’ così dai tempi di Comino. Semmai, quel che sorprende dei lumbard sono le scelte di oggi. Scelte che implicano il sacrificio del “localismo” in nome di strategie politiche più ampie, slegate da quel territorio che è sempre stato il vero punto di spinta del Carroccio. Mi riferisco, in particolare, alla questione Treviglio, dove la segreteria provinciale ha preferito Pezzoni ai candidati locali.

Tuttavia il contagio della linea dura si è presto diffuso anche al Popolo della Libertà bergamasco. Il che è paradossale, per un partito che si definisce democratico. A dire il vero, le prime avvisaglie di “autoritarismo” in salsa orobica risalgono a qualche anno fa, quando il coordinatore provinciale Carlo Saffioti non venne eletto dagli iscritti, bensì “calato” dall’alto, con l’incarico di gestire il partito in maniera democratica. Sul fatto che ci sia davvero riuscito circola più di un dubbio. E che oggi sia costretto a paventare espulsioni, per tenere ferma la barra della sua politica, ne è la conferma. L’unica via d’uscita pare un congresso, culmine della vita democratica di un partito, che tuttavia è ben lungi da venire. Il paradosso è che, a questo punto, la scelta di Pezzoni non è stata fatta da organismi democraticamente eletti. Altro paradosso, è che si chieda la testa di militanti locali animati da ideali politici e non si chieda invece l’espulsione di esponenti di ben altro grado – da Scajola a Verdini – coinvolti in episodi che con gli ideali hanno ben poco a che vedere.

Il segretario provinciale del Pd Gabriele Riva

Il segretario provinciale del Pd Gabriele Riva

Di eccessi di autoritarismo pare soffrire anche il Pd bergamasco, che del dialogo (a volte portato allo stremo) aveva fatto un emblema. Ebbene, il giovane segretario Gabriele Riva, invece di ascoltare i trevigliesi che da tempo chiedono a gran voce di essere liberati da Ariella Borghi, si è ostinato sulla scelta del sindaco uscente. Alla reazione della base, è passato alle minacce di epurazioni: dentro o fuori.

Credetemi, è un brutto segno quando i capi dei partiti preferiscono l’autorità all’autorevolezza. Ciò mette in mostra 3 cose: un’intrinseca debolezza della dirigenza politica, un’incapacità di gestire i conflitti interni, e un distacco con la “base” – o con parte di essa – che può portare a una pericolosa emorragia di voti. Per carità, le elezioni si possono anche vincere. Ma il dato politico da analizzare è un altro: il numero di voti realmente presi sul territorio. E su questo, Lega, Pdl e Pd qualche problema a Bergamo e provincia ce l’hanno.

Wainer Preda

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