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Editoriali

Medici: procedure e responsabilità penali

Di Redazione7 aprile 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La responsabilità penale dei medici

La responsabilità penale dei medici

La recente sentenza della Cassazione (Sez. IV penale del 2 marzo 2011, n.8254) emessa per un medico accusato di omicidio colposo per il decesso di un malato deceduto dopo le dimissioni e che difendeva il proprio operato sostenendo di aver rispettato le linee guida approvate dal proprio ospedale, offre spunto per non poche considerazioni.

Questa sentenza è infatti innovativa rispetto ad una prassi giuridica consolidata, perché non accetta più le procedure ( linea guida, protocolli diagnostico/terapeutici, obiettivi o altro ancora) come valido motivo a giustificazione del comportamento del medico. La sentenza, pur non favorevole al medico in giudizio, ritengo debba essere analizzata con positiva attenzione dalla categoria.

La sentenza, infatti porterebbe a sostenere che l’attività dei medici (e non solo di quelli ospedalieri ma anche dei medici di famiglia) non può essere, come oggi è, sempre più condizionata da procedure politico-amministrative perché queste non sempre tengono conto delle esigenze dei malati. Certo non si può generalizzare: non tutti i casi sono uguali.

Le procedure riferite alle diverse malattie sono elaborate, a volte anche con la collaborazione dei medici , su linee guida riferite ai migliori standard clinici, ma anche utilizzando modelli matematici ed economici con i quali si calcolano i tempi medi dei ricovero o i livelli di spesa, eccetera.

In ciò c’è un grave errore di valutazione perché non si tiene conto che i medici non devono curare delle malattie, ma dei malati con tutte le varianti possibili riferite alle condizioni di ogni singolo soggetto ( età, patologie associate, complicazioni, andamento delle malattia, tempi tecnici di diagnosi, ecc…) che possono differire anche di molto dalla procedura per quella stessa malattia. Le possibili varianti non sempre sono state previste e prevedibili dalla procedura stessa per quella malattia e l’unica garanzia resta l’indipendenza e l’autonomia professionale del medico applicata al singolo malato.

Certo non bisogna dimenticare il ruolo positivo delle procedure che hanno regolamentato le attività sanitarie e quelle dei medici spesso, in passato, ispirate ad eccessiva discrezionalità a danno della salute dei malati e lesiva dei loro diritti. Alcune regolamentazioni sono state sviluppate per garantire migliori livelli assistenziali e mantengono una indubbia validità. Le linee guida elaborate dalle Società Scientifiche Mediche hanno avuto il compito di orientare tutti i medici a prassi professionali di migliore qualità e sono state utili, anche alla Magistratura, per dirimere questioni inerenti alla responsabilità del medico.

Con il tempo però le procedure in genere e anche le stesse linee guida scientifiche ( anche quelle elaborate per i medici di famiglia) hanno subito una profonda modifica perché il modello ispiratore della scientificità è andato integrandosi con logiche economicistiche volte al contenimento dei costi a favore delle Aziende pubbliche e private. Le considerazioni economiche sono andate prendendo sempre più piede in considerazione delle obiettive limitazioni delle risorse disponili da parte dello Stato e delle Regioni per garantire i livelli di assistenza. Le stesse Società Scientifiche si sono adattate a queste logiche venendo incontro alle richieste dell’appartato politico-amministrativo e ciò, a volte, in cambio di favori.

Molte procedure non sono comunque prodotte da Società Scientifiche, ma dallo stesso apparato per tramite di consulenti ( vedi il ruolo avuto da alcune scuole universitarie italiane) o di propri esperti.

Spiace, a questo proposito, dovere ricordare che una parte di questi esperti aziendali e degli apparati regionali e/o ministeriali, sono medici, con responsabilità gestionali ( vedi Direzioni Sanitarie, Dipartimentali e di Struttura Complessa ( ex. Primari), che hanno dato e danno il loro pieno appoggio alle Aziende e alle Regioni per elaborare e approvare procedure anche quando queste andavano contro i principi della Deontologia Medica a scapito della autonomia professionale degli altri medici ( spesso loro stessi collaboratori) e dei malati. Si tratta di medici che tradiscono, per interessi personali di carriera e di soldi, i principi e le regole che devono ispirare l’attività professionale ed i rapporti con i malati. Purtroppo questi medici non sono stati e non sono perseguibili perché godono di protezione politiche in quanto dalla stessa politica nominati e preposti a posizioni di grande responsabilità gestionale. Gli Ordini dovrebbero vigilare, ma purtroppo sono quasi totalmente assenti e rari sono gli interventi di richiamo verso costoro e più in generale d’intervento su tutte queste problematiche anche perché questi medici godono di protezioni all’interno delle stesse istituzioni ordinistiche.

Non poche sono state le resistenze della categoria all’approvazione e all’applicazione di queste procedure e lo stesso UMI ha sempre seguito la strada di non condividerle, ma limitarsi ad una presa atto ribadendo sempre l’autonomia professionale. Il risultato è stato quello che per lungo tempo il medico è riuscito a giustificare il proprio operato anche quando questo era difforme dalle procedure.

Tale resistenza della professione ed i mancati risultati sul piano economico ha indotto l’apparato politico-amministrativo , in questi ultimi anni, ad un ulteriore passo elaborativo delle procedure inserendo nelle stesse elementi persuasivi sempre più stringenti. Il mancato rispetto delle procedure è stato quindi contrastato con l’introduzione di meccanismi di penalizzazione retributiva e di carriera. Come se non bastasse si è ulteriormente proceduto, più recentemente, all’applicazione delle normative atte a contestare al medico l’eventuale danno patrimoniale ed erariale che egli avrebbe causato sempre per il mancato rispetto di procedure e più genericamente per un comportamento professionale non appropriato sia per la terapia sia per la diagnostica.

Infine, come ulteriore giro di vita, si è proceduto all’attivazione dei procedimenti disciplinari che a volte possono portare il medico, sia dipendente sia convenzionato, al licenziamento Tale estrema possibilità è usata in modo sproporzionato. In queste condizioni non è comunque più possibile al medico discostarsi dalle procedure ed egli è costretto, torto collo, ad accettarle.

A tutto ciò va ulteriormente aggiunta la possibilità per tutti di segnalare alla magistratura ogni comportamento non ritenuto legale o legittimo ed ancora proporre per via legale richieste di risarcimento per ogni tipo di possibile “errore professionale” con conseguente contenzioso civile che spesso apre anche ad un procedimento penale.
Certo non mancano le coperture assicurative ( con costi sempre più gravosi per le stesse aziende e per i medici) per il rischio professionale nei processi civili e penali, ed è possibile coprire anche il danno patrimoniale ed erariale. Meno si può fare per le conseguenze negative sulle carriere e sulle retribuzione per le quali, oltre all’intervento sindacale, non resta al medico che adire alle vie legali. Nessuna cautela è possibile infine realizzare sul grave disagio quotidiano nel lavoro.

Cosa fare? Penso che andrebbero modificate alcune scelte e date delle riposte ai medici senza penalizzare i malati nei loro diritti. Il Governo ha recentemente varato la conciliazione obbligatoria, ma molti ritengono che tale istituto mal si adatti a mediare le controversie in tema di Salute dove le richieste economiche sono spesso molto elevate anche per danno relativamente modesti. Per la Sanità andrebbe trovata una soluzione più specifica. Una possibilità è la depenalizzazione lasciando il penale per il solo dolo. Le procedure dovrebbero essere riviste e bisognerebbe dare, in maniere semplice, la possibilità al medico di giustificare il proprio operato in deroga alle procedure (percorso diagnostico terapeutici, linee guida, obiettivi, ecc…) evitando ingiuste penalizzazione retributive e procedurali. Si potrebbero attivare delle commissione paritetiche tra medici ed aziende. Il fine è quello d’istituzionalizzare i margini di autonomia e discrezionalità del medico in riferimento agli aspetti clinici dei singoli casi.

Queste misure ( ed altre) potrebbero, se si volesse, togliere la categoria da una condizione divenuta persecutoria senza uguali per altre categorie professionali, alcune delle quali non rispondono mai dei propri comportamenti. Questa la situazione odierna in cui operano i medici italiani. Ciò nonostante è chiesto loro, giustamente, la massima capacità professionale ed attenzione per ogni singolo caso e ciò da parte di tutti comprese le istituzioni che sono poi le prime ad imporre le procedure che spesso sono il primo impedimento al medico.

Ora, grazie ad un intervento degli alti gradi della magistratura, si individua nel rispetto delle procedure un possibile vero e proprio errore del sistema e del medico quando dimentica di essere medico. I medici non potranno più difendersi per i propri, ricordiamo sempre possibili, errori trinceandosi, come avvenuto per il passato, dietro il rigido e formale rispetto delle procedure anche contro le evidenze cliniche e le reali necessità dei singoli malati. Si riconosce in altri termini che le procedure sono, per certi aspetti, “l’antiprofessionalità” che non è certo ciò che cerca il malato. Il medico deve difendere, anche in Tribunale, il proprio operato utilizzando motivazioni deontologiche e professionali ( tecnico-scientifiche), le stesse che lo devono ispirare quotidianamente nella propria attività senza rispettare in maniera acritica procedure e regole frutto di valutazioni sopratutto economiche, anche se queste mantengono, a mio giudizio, un’importante validità quando c’è coincidenza con il singolo caso.

La sentenza della Cassazione potrebbe aiutare la categoria e la società a riappropriarsi della professionalità del medico, ma non ha cancellato tutte le limitazioni, spesso negative, che sono state create in questi ultimi anni ed ormai consolidate. In tale senso la sentenza chiama il medico ad operare in un difficilissimo e stretto percorso tra autonomia professionale recuperata e rispetto delle procedure ancora tutte operanti. È come se il medico procedesse su un crinale di una montagna e su entrambi i lati vi fossero profondi burroni nei quali ad ogni passo egli può precipitare

Se le risorse del Servizio Sanitario Nazionale ( e dei Servizi Regionali) non sono sufficienti perché limitate si dovranno adottare altre misure di risparmio ( riduzione degli sprechi operati dalla stessa classe politico-amministrativa, sprechi per finanziare le Università, ecc…) o al limite di riduzione delle prestazioni sanitarie ed assistenziali, ma non certo quelle di condizionare l’operato dei medici ad erogare prestazioni professionali di minore qualità e non adeguate alle necessità cliniche dei singoli malati come nel caso del malato, esaminato dalla Corte di Cassazione, dimesso dal medico prematuramente rispetto alla stabilizzazione clinica per risparmiare qualche giorno di degenza.

Francesco Falsetti
presidente Unione Medici Italiani

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