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Politica

Festa Unità d’Italia: Pirovano fischiato al Donizetti

Di Redazione17 marzo 2011 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Ettore Pirovano

Ettore Pirovano

BERGAMO — Che l’ambiente non fosse proprio ideale se lo aspettava, da uomo politico navigato qual è. Ma che il teatro Donizetti si trasformasse in una bolgia pronta a riversare vagonate di fischi forse era inatteso anche per lui. E’ stata una serata decisamente “no” quella dei festeggiamenti del 150esimo anniversario della Unità d’Italia per Ettore Pirovano.

Il presidente della Provincia è stato duramente contestato durante il suo discorso davanti a una platea stracolma di persone. Che fra la Lega e l’alta borghesia cittadina non corra buon sangue è cosa risaputa. Troppo altezzosi i radical chic della città, fin troppo diretto il numero uno di via Tasso (come peraltro il suo predecessore). E così, inorriditi dal comportamento poco patriottico dei leghisti, che poche ore prima avevano disertato l’aula di Palafrizzoni in cui si teneva un consiglio comunale straordinario sul significato storico dell’Unità, gli esponenti della “Bergamo bene” hanno scaricato sul presidente della Provincia tutta la loro rabbia e indignazione.

Non che il deputato di Caravaggio abbia mai fatto qualcosa per farsi amare, per carità. E forse certi atteggiamenti la Lega li poteva risparmiare. Ma seppur non brilli per simpatia, almeno la possibilità di parlare a Pirovano andava concessa. E così è stato, almeno per qualche minuto. Sufficiente per dire che era venuto di corsa da Roma. Che l’Unità non può essere un’imposizione (forse pensava al quotidiano di Concita), che il federalismo consentirà al paese e alla Bergamasca di recuperare terreno e che nessuno può insegnare il senso di solidarietà ai bergamaschi.

Frasi di circostanza, beninteso, ma apriti cielo: in pochi secondi il Donizetti da teatro di festa è diventato un’arena politica. E in platea il crescendo di mugugni presto ha lasciato posto al sibilo dei fischi. D’altronde l’occasione di “sbeffeggiare” dai palchetti il lumbard era troppo ghiotta per i contestatori. E così giù bordate, a bizzeffe. E poi ancora “vergogna, vergogna”, per terminare con un classico del repertorio “W l’Italia, W l’Italia”, redivivo motto di “lor signori”. Per la cronaca, tolti i ragazzi delle scuole, a febbraio la visita bergamasca del presidente della Repubblica era andata praticamente deserta…

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