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Yara, le indagini di Carabinieri e Polizia portano entrambe a “due uomini”

Di Redazione7 dicembre 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
I carabinieri durante le indagini

I carabinieri durante le indagini

BREMBATE SOPRA — Due indagini quasi parallele, che si incrociano in un unico punto. Le inchieste dei carabinieri e della polizia procedono a spron battuto e, pur da fronti completamente diversi, paiono giungere alla medesima conclusione: la scomparsa di Yara è legata a due uomini.

I carabinieri, dopo la scarcerazione del marocchino di 22 anni, continuano a battere la pista scoperta nei primi giorni dai cani. Ovvero quella che conduce al cantiere del centro commerciale in costruzione nell’area della ex Sobea. Una città di cemento dall’aria sinistra, che per giorni è stata scandagliata dagli uomini del colonnello Roberto Tortorella, coadiuvati dal Ris (reparto investigazioni scientifiche) di Parma. In questa direzione hanno puntato i cani nei primi giorni delle ricerche. Pista confermata dal bloodhound Joker, il cane molecolare arrivato dalla Svizzera, che con il suo fiuto prodigioso si è infilato diritto nel centro commerciale e ha portato gli uomini del Ris dinanzi a un ripostiglio di tre metri per quattro. Nelle intenzioni di chi l’ha progettato doveva essere il posto di guardia del parcheggio. Gli esperti l’hanno analizzato centimetro per centimetro. E qualcosa della ragazzina hanno trovato, questo è certo. Ma cosa? I reperti sono all’esame dei Ris. E siccome non siamo nei film, ci vorranno ancora giorni di analisi prima di venirne a capo. Così come servirà del tempo per stabilire se quelle grandi bobine di filo elettrico trovate lì accanto siano state recise di recente.

La polizia, guidata dal questore Vincenzo Ricciardi, già comandante della squadra mobile, sembra invece prediligere un’altra pista. E’ quella che parte dalle indicazioni di Enrico Tironi, l’apprendista carpentiere di 19 anni, ballerino dal curioso modo di parlare, ma lungo d’occhio. Tironi, ricorderete, disse di aver visto Yara a cinquanta metri dalla casa della giovane, quella fatidica sera intorno alle 18.45, in compagnia di due uomini “uno sicuramente italiano, l’altro romeno o marocchino”, e poco più in là una Citroen rossa con i fari accesi e un’ammaccatura sulla carrozzeria.

Tironi, un tipo ansiogeno nel gesticolare, non venne creduto. I giornali, caduti in una trappola di disinformazione, riportarono che era stato denunciato per falsa testimonianza. Non era vero. Tironi non è accusato proprio di nulla. Anzi, gli inquirenti sono ripartiti dalla sua singolare testimonianza per sbrogliare la matassa. Lunedì mattina, 29 novembre, con assoluta discrezione, pare che il questore Ricciardi e poi il capo della Squadra Mobile Bonafini abbiano visitato la famiglia Gambirasio. Ma il via libera all’indagine della polizia è arrivato dalla Procura il 2 dicembre.

Le indagini, ovviamente, sono affiancate a quelle dei carabinieri. Le due piste della Questura e del Comando provinciale di via della Valli però si incontrano su un particolare: nonostante le smentite ufficiali entrambe convergono su due persone. I carabinieri – riportava in un’indiscrezione il Corriere della Sera nei giorni scorsi – avevano associato le due persone al marocchino. Si trattava di due italiani che potevano essere gli autori materiali della violenza e dell’omicidio di Yara. La Questura invece tiene i suoi ancora nell’ombra. Anche se oggi è trapelato che un altro testimone giudicato attendibile ha raccontato agli uomini di Ricciardi di aver visto una Citroen Rossa con due uomini vicini che parlavano con una giovane donna dai capelli lunghi, in via Locatelli, di fronte al centro sportivo la sera del 26 novembre. Insomma, la sensazione è che gli inquirenti abbiano in mano più elementi di quanto non traspaia sui giornali.

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