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Lettere

La sicurezza degli altri e quella di casa nostra

Di Redazione3 dicembre 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione da parte di un lettore.

“Gentile Direttore,

l’Italia è una repubblica democratica e liberale. Gli italiani sono un popolo libero. Errato. La troppa libertà non gestita si è trasformata in “cattività” democratica. È diventata il coprifuoco di donne e bambini. Si perché a rimetterci sono sempre le fasce più deboli. Vicino o lontano, a nord o al Sud del Paese le cose non cambiano. Chiedendo a chicchessia per strada se si sente sicuro, si ottiene un’unica risposta: no. Sicurezza è sinonimo di libertà. Allora se questo Stato non ci può garantire sicurezza, viene meno il principio fondamentale su cui si fonda tutta l’identità di una Nazione. Esportiamo modelli di libertà in mezzo mondo, e contemporaneamente diventiamo prigionieri tra i confini interni del nostro territorio.

A smuovere i pensieri ci pensa la penultima tragedia di Yara di questi giorni. Penultima perché è inelubile il fatto che tra non poco accadrà qualcosa di simile. Ma allora io mi chiedo che senso abbia difendere i diritti degli altri popoli e nazioni, pur nella consapevolezza della giusta causa, lasciando il far west nell’orto del vicino di casa?
Gestire la sicurezza interna deve essere il primo obiettivo fondamentale. Dare aiuto e sostegno alle forze dell’ordine per far ciò è il prerequisito. E se davvero bastasse meno di quel che spendiamo là fuori i nostri confini per risentirci uomini e donne liberi…allora da che saremmo “non liberi”?”

Egidio Romano

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