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Counselling: in un convegno le tecniche per ritrovare il benessere

Di Redazione21 novembre 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Cecilia Edelstein

Cecilia Edelstein

BERGAMO — Grande successo per il convegno della Sicis (Società italiana di counselling a indirizzo sistemico) che si è tenuto venerdì e sabato nell’auditorium del centro congressi Giovanni XXIIIesimo a Bergamo.

Il convegno è stato un’occasione di incontro, di dialogo, di pensiero sulla professione del counselling. Presente l’assessore ai servizi sociali del Comune di Bergamo Leonio Callioni.

La prima giornata di venerdì è stata incentrata sulla professione del counsellor e l’indirizzo sistemico. La seconda è stata dedicata più nello specifico agli ambiti, le tecniche, i modelli e le esperienze.

Nata negli anni Trenta negli Stati Uniti e da tempo molto diffusa nel resto d’Europa, la professione in Italia sta decisamente crescendo. Ma di cosa si occupa? “E’ una professione di aiuto che attraverso la relazione tra professionista e cliente in quanto individuo, famiglia o gruppo, mira a migliorare la qualità della vita, a facilitare processi di cambiamento e a rinforzare percorsi evolutivi, valorizzando sia le risorse sia le relazioni con l’ambiente circostante” spiega Cecilia Edelstein – presidente della Sicis e fondatrice dell’Associazione Shinui, nonché responsabile della Scuola di counselling sistemico pluralista di Bergamo e della Scuola in mediazione familiare.

Aiuto alle famiglie, innanzitutto. “Le famiglie si trovano a dover reggere, spesso con difficoltà, l’urto delle ricadute quotidiane in virtù della loro partecipazione ai molteplici processi sociali. Fanno più fatica ad affrontare i compiti che sono chiamati a svolgere, vedono aumentare la loro fragilità e a diminuire la capacità di utilizzare le loro risorse e di metterle a disposizione del tessuto sociale” ha spiegato Giuseppina Parisi, socio fondatore della Sicis e counsellor professionale.

Le tematiche affrontate da quest’ambito sono molteplici. Comprese quelle della delicatissima fase dell’adolescenza e dintorni “Ci sono ragazzi così disperati da sembrare inconsolabili, così arrabbiati da mettere a dura prova operatori e strutture, così ostili da suscitare nell’adulto che cerca di aiutarli un senso di inutilità e sconfitta. Sono gli adolescenti “impossibili”: quelli per i quali i progetti falliscono, le collocazioni non sono mai adatte, le psicoterapie inefficaci. Alcuni di loro hanno alle spalle esperienze traumatiche, altri le stanno vivendo, altri ancora patiscono il lento accumularsi dei danni di contesti di crescita apparentemente normali ma intrinsecamente distonici rispetto ai loro bisogni”, spiega Francesco Vadilonga psicoterapeuta e responsabile del Centro di terapia dell’adolescenza di Milano, una struttura del privato sociale che collabora con i servizi di zona e con la magistratura.

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