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Politica

Il Pdl di Bergamo condanna Fini e suona la carica

Di Redazione9 novembre 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Guido Podestà

Guido Podestà

BERGAMO — Il dopo-Perugia e il rapporto con la Lega. Sono gli argomenti al centro dell’incontro organizzato ieri alla Casa del Giovane dal PDL Bergamasco con Guido Podestà e Massimo Corsaro, rispettivamente coordinatore e vice coordinatore del partito a livello regionale, davanti a quasi 400 persone.

Netti i giudizi sui compagni di strada, uno stabilmente al fianco di Berlusconi, l’altro (e sembra ormai scontato dopo le parole di Fini) fuori dalla compagine della maggioranza.

Fini, sentenza finale E se Podestà rivendica una maggiore aderenza alla realtà rispetto alla Lega («Siamo portatori di un modello politico che è più complesso, che non si lascia ridurre a slogan o a qualche battuta, ma che proprio per questo è più vicino al reale»), Corsaro non risparmia critiche taglienti all’ex collega di partito e ora leader di Futuro e Libertà: «Fini accusa il PDL del Nord di aver favorito la Lega, contribuendo così alla sua affermazione – spiega il deputato – ma se non avesse detto sciocchezze sulla sicurezza, che certo non fanno parte del nostro dna, i lumbard non ci avrebbero sottratto così tanto elettorato». La sentenza è senza appello: «Immigrazione incontrollata, matrimoni gay, aumento della spesa pubblica: il Presidente della Camera non fa più parte nemmeno culturalmente di una tradizione che troppo a lungo lo ha tenuto sul piedistallo». Una revoca di credibilità totale, che non lascia spazio a illazioni su come la pensano gli ex-An.

D’altra parte, era stato lo stesso ex Presidente di An Pietro Macconi ad aprire l’assise con affermazioni che certo non consentivano dubbi di sorta: «Berlusconi è l’unica persona in grado di impensierire, più che la Sinistra, gli ambienti economico-finanziari che le stanno dietro – dichiara – I De Benedetti, i Montezemolo, ormai privati della possibilità di gestire il potere. Anche Fini si è ormai iscritto stabilmente alla schiera di quei personaggi senza idee politiche adeguate che trova sostegno in questi circoli». Ancor più duro il coordinatore provinciale, Carlo Saffioti: «Fini ha deciso di svolgere fino in fondo il ruolo di utile idiota della Sinistra – tuona – Pur avendo portato inizialmente istanze condivisibili, ha scelto la strada del sabotaggio, riportandoci indietro di 16 anni».

Ma Saffioti indica anche una via d’uscita: «Fra i cittadini c’è scontento e rabbia: dalla politica si aspettano di più, anche i nostri militanti chiedono certezze. Dobbiamo recuperare compattezza e unità (che non significa unanimità), che vanno costruite sulla consapevolezza di appartenere a un partito che ha un progetto politico straordinario». Un richiamo condiviso anche dal capogruppo nel Consiglio Comunale del capoluogo, Giuseppe Petralia: «Va recuperata un’etica della politica, che risiede nel rispetto degli impegni presi coi cittadini».

«Fini vuole un governo tecnico per fare una nuova legge elettorale che possa consentire alla parte minoritaria del Paese di vincere le elezioni – spiega Podestà – Ma non gli sarà facile portare a casa un accordo del genere. E d’altra parte mi domando: come si fa ad andare al governo con chi fino a ieri andava in piazza a gridare “10, 100, 1000 Nassiriya”?».

Sulla stessa linea anche il senatore Alessandra Gallone: «I barbari ci fanno paura perché “battono forte sui tamburi”. Ma ora è arrivato il momento di reagire. Fini sta facendo quello che gli è sempre riuscito meglio: parlare. Ebbene, dobbiamo fare ciò che riesce meglio a noi: continuare a lavorare, senza mai mollare. Quella che offre Fini è un’illusione, un contenitore per arrabbiati e scontenti. Noi invece siamo i protagonisti».

Il rapporto con la Lega Ha tenuto banco anche il rapporto con la Lega: «Non dobbiamo cedere a una doppia tentazione – spiega Saffioti –. Vanno evitati sia l’appiattimento che la contrapposizione. Con i lumbard ci deve essere sinergia, nella consapevolezza che facciamo parte tutti della stessa squadra. Dobbiamo però aspirare ad essere la parte che prende più applausi, e questo non lo si ottiene certo con la politica degli sgambetti, bensì con una maggiore capacità propositiva». E fa alcuni esempi: «Sulle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, sul Poliambulatorio di Ponte San Pietro e su Porta Sud siamo noi a dettare la linea e la Lega è costretta a rincorrerci».

Le performance della Lega sono state al centro dell’intervento di Marco Pagnoncelli, ex coordinatore di Forza Italia Bergamo: «Il dato elettorale comincia a preoccuparmi – dichiara – Il PDL è sotto di 11 punti. Non ho la ricetta per risolvere il problema, ma certo ho una gran voglia di dare un contributo. Se la Sinistra a Bergamo non é mai esistita e nelle ultime tornate ha toccato il fondo del barile, ci vuole più competizione con gli alleati-avversari leghisti». E allora la conclusione: «Per questo, da oggi pongo la mia candidatura a coordinatore provinciale».

Più cauto il Vice Presidente della Provincia Giuliano Capetti: «Il prossimo congresso non deve mettere in discussione l’alleanza Lega-PDL, che parte dall’accordo fra Berlusconi e Bossi. Può dare molti frutti, anche perché i ruoli che occupiamo ci danno grande spazio di azione e presenza sul territorio».

Congresso, ma non solo Già, le candidature. Perché «entro Natale o al più tardi a gennaio si celebrerà il primo congresso provinciale del PDL», conferma Corsaro. Al voto, gli eletti a tutti i livelli, in attesa del congresso “allargato” (con la partecipazione di tutti gli iscritti) che si terrà alla fine della campagna di tesseramento. Ma la vita del partito non si ferma ai congressi, c’è un lavoro continuo, che va migliorato: «Dobbiamo dare ai nostri amministratori la possibilità di un rapporto diretto con parlamentari e ministri», dichiara Podestà.

Saffioti rivendica il lavoro fatto a Bergamo: «2000 mila iscritti, 558 amministratori, 81 sindaci. E poi feste, incontri con gli assessori regionali, la scuola di partito, la comunicazione – snocciola – L’obiettivo è che il partito diventi sempre più luogo d’incontro e confronto. La parola d’ordine è: abituiamoci a fare partito. Da qui passa la chiave del successo: le divisioni interne sono la nostra debolezza, e la Lega ne trae vantaggio».

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