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Editoriali

L’Atalanta ha la mentalità giusta per vincere la B?

Di Redazione24 ottobre 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Cristian Raimondi

Cristian Raimondi

BERGAMO – Una sconfitta pesante. Pesantissima. Clamorosa e ingiusta, per questo ancora più bruciante e difficile da spiegare. L’Atalanta, dopo un ottimo primo tempo chiuso avanti di due reti, ha subito dal Piacenza tre gol tre su palla inattiva.

Proviamo a rivedere tutto. Prima Troest ha fermato da dietro Cacia, Volpi si è prodotto in un gran destro a giro e Carmona non è stato sveglio a controllare il giovane Marchi.

Il gol del pareggio è arrivato per un errore generale, non solo della difesa: punizione di Guzman dalla destra con il mancino, Atalanta schierata in linea pronta a scattare verso la porta di Consigli non appena Doni chiama il movimento. Risultato? Bellini anticipa il movimento tenendo in gioco tutti, Doni si muove in sincronia con Tiribocchi e Peluso ma Troest e soprattutto Raimondi appaiono leggermente arretrati e Anaclerio insacca.

La beffa, poi, arriva con un sinistro liftato di Guzman dai 22 metri, Carmona esce dalla barriera creando una voragine che il paraguaiano infila e Consigli non può far nulla. Bene, raccontata così la sconfitta nerazzurra appare ancora più incredibile. Inammissibile, aggiungo io. Per certi versi, perfino allucinante.

Scendo dal carro dei colpevolisti totali che mettono in croce tutti, a caso e senza un minimo di logica. Provo ad analizzare i motivi di una simile battuta d’arresto e ci sono alcuni fatti, oggettivi, che possono aiutare. Innanzitutto, i gol presi.

L’Atalanta nel primo tempo ha giocato bene, sull’1-2 ha giocato bene, sul 2-2 ha giocato bene e pure dopo il 3-2 ha continuato a giocare bene. Negli ultimi 10 minuti gli undici nerazzurri hanno attaccato forte, senza nessun calo fisico. Nessuno. Le gambe, questa volta, hanno tenuto fino al fischio finale. Come già successo altre volte, per la verità. Cosa voglio dire? Semplice, il 3-2 di Piacenza è qualcosa di unico. Speciale. Particolare.

Le tre punizioni decisive sono il miglior cortometraggio possibile per un fantomatico “festival della dormita sui calci da fermo”. Il flipper dell’1-2, la linea a zig-zag in occasione del 2-2 e la scampagnata del primo uomo in barriera sul 3-2 sono sintomi, chiari, di pericolosi momenti di oscuramento della concentrazione che non ci si possono permettere.

Chi deve lavorare su questo? Stefano Colantuono. Chi è il responsabile delle fortune (manovra e bel gioco) ma anche di scelte (come mai quel cambio di modulo? Perchè fuori Ruopolo senza mettere Ardemagni? Perchè togliere il capitano Doni al momento dell’assalto?) tattiche e organizzazione difensiva? Stefano Colantuono, naturalmente.

Nel dopo partita, il condottiero di Anzio era palesemente arrabbiato. Di brutto. Se è vero, come è vero, che tra il primo e secondo tempo ha alzato i toni nello spogliatoio per tenere alta la guardia restano solo due possibilità: o il suo peso, il suo carisma, la sua personalità non fanno breccia nei cuori e nelle menti dei giocatori oppure questo gruppo non ha la mentalità necessaria per vincere la serie B.

Inutile fare giri di parole: il famigerato calo del secondo tempo, avvenuto anche contro l’Ascoli e in altre occasioni, non è fisico (i dati, tanto cari al mister, lo confermano) ma di testa. Che non ci sia la necessaria cifra mentale? Se sei superiore dal punto di vista tecnico e tattico ma non ci metti gli attributi, rischi. Pareggi o addirittura perdi. Il mister, e con lui la società, deve circoscrivere al più presto il problema perchè non è possibile dominare l’avversario e perdere. Non è possibile.

Chiudo con una annotazione sugli uomini. Possibile che Ruopolo, ogni volta, sia interessato da un cambio già preventivato? Ardemagni (chi lo critica a prescindere è in malafede) e Pettinari, gioielli del mercato estivo con Basha, è giusto che rimangano in panchina? Le scelte sono del tecnico, senza dubbio, ma sono tre pedine che hanno fame, arrivano da squadre in cui per emergere dovevi sputare l’anima e in B sono delle garanzie.

Ci aspettano giorni molto caldi, l’unica via è quella del mea culpa: lasciamo da parte i nervosismi, facciamo sbollire la rabbia (Percassi ha lasciato il Garilli senza fare dichiarazioni e nel dopo partita aveva il cellulare staccato) e guardiamoci in faccia con la massima umiltà: gambe, cuore e polmoni sono da serie A ma se non ci si mette la mentalità giusta i rischi sono grandi. Troppo grandi.

Fabio Gennari

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