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Economia

L’economista Arfaras: ci aspettano tempi grigi

Di Redazione7 ottobre 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il direttore del Centro studi Einaudi Giorgio Arfaras

Il direttore del Centro studi Einaudi, Giorgio Arfaras

BERGAMO — “Come definirei il futuro prossimo? Grigio”. Non ha dubbi l’economista Giorgio Arfaras che durante la presentazione della nuova società d’intermediazione mobiliare SCM (di cui vi daremo ampio riscontro in un articolo dedicato) avvenuta ieri sera al Centro Congressi Giovanni XXIII di Bergamo ha esposto le sue tesi riguardo alla crisi economico-finanziaria in atto.

“Abbiamo vissuto questa crisi prima come un dramma generalizzato, poi come una speranza – ha detto il direttore del Centro studi economici Einaudi di Torino -. Ma, a dire il vero, le situazioni sono davvero variegate e le differenze con quanto accaduto negli Stati Uniti sono parecchie. In estrema sintesi potremmo dire che nel 2008, nel momento più grave della crisi finanziaria, la ricchezza mobiliare degli italiani è diminuita dell’8 per cento mentre negli Usa è calata di quasi il 20, perché hanno attività finanziarie più rischiose. Nello stesso periodo, la ricchezza immobiliare degli statunitensi è scesa del 25 per cento contro un meno 7 per l’Italia”.

“Insomma, gli Usa hanno perso il triplo nell’immobiliare e il doppio nel mobiliare rispetto al nostro paese – ha spiegato Arfaras -. Si tratta dunque di situazioni estremamente diverse. Se dobbiamo dirla tutta, per l’Italia non riscontriamo una crisi finanziaria drammatica, ma piuttosto ordinaria: la gravità palesata spesso dai mass media non ha alcun riscontro numerico effettivo”.

A spaventare, sostiene sempre l’economista, sarebbe l’effetto “Grande depressione” diffuso dai mezzi di comunicazione. “Questo malessere ha fatto emergere le paure degli italiani. La crisi finanziaria per noi non è stata così grave. Ma, al contrario, il nostro vero problema è un’economia reale che purtroppo non cresce. E qui ci sarebbero mille osservazioni da fare. Fino ad arrivare alla politica”. Il futuro più immediato riserva dei paesi fortemente indebitati, in cui il debito pubblico crescerà ancora per diversi anni. “E’ inevitabile – continua l’economista – perché la crisi ha fatto aumentare i disoccupati e quindi le spese per assisterli, e diminuire il gettito fiscale perché le aziende sono in difficoltà. Sarà così ancora per molto. Anche se il bilancio pubblico italiano, in prospettiva, è messo molto meglio di quello di altri paesi occidentali”.

Sulla ripresa, “è possibile che si tratti di una ripresa ad U tendente a L”, sostiene l’esperto. “Il che di per sé non rappresenterebbe un grosso problema se il reddito degli italiani fosse alto, come accade per esempio in Giappone”. “Credo che alla fine la crescita sarà molto modesta, quaresimale direi, per diversi anni. Per quanto riguarda l’occupazione, realisticamente, avremo un riassorbimento lento, lentissimo”.

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