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Politica

Vertova: via Quarenghi “sintomo” delle trasformazioni urbane

Di Redazione6 luglio 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Pietro Vertova

Pietro Vertova

Gentile Direttore,

al di là degli specifici interventi proposti, di cui alcuni auspicabili e condivisibili (come la riqualificazione edilizia e la continuazione dei lavori al civico 33) ma complessivamente di scarso impatto sulla qualità della vita delle persone (servirebbe immaginare altre modalità di allargamento dello spazio pubblico nella zona), il centrodestra fa di via Quarenghi un “simbolo” e propone dei provvedimenti speciali che rispondono all’obiettivo di rendere via Quarenghi ancora più “simbolo”.

Provvedimenti in tre ambiti assessorili: ordine pubblico, commercio, edilizia. L’assessore Invernizzi dice che é giunto il momento di iniziative coraggiose a rischio di eventuali ricorsi. Non spiega quali iniziative, ma già mette in conto dei ricorsi. L’assessore al commercio Foppa Perdetti parla di un percorso specifico per ripopolare l’area di via Quarenghi di attività commerciali “tradizionali” (fa capire che sta pensando anche ad attività risalenti al 1300). L’assessore D’Aloia annuncia l’adozione di una “procedura straordinaria” per aumentare fino al 50% le quote di alloggi riservati a specifici target della popolazione nell’ambito dell’housing sociale: studenti, ricercatori, famiglie, poliziotti. Nessuna quota etnica, pare. Interpellato sul possibile, ulteriore afflusso di immigrati dice: se un marocchino ci sarà, sarà un marocchino integrato, “normale”.

Il centrosinistra dovrebbe invece pensare a via Quarenghi come a un “sintomo” delle trasformazioni urbane. Il sintomo è qualcosa che può essere scomodo, ma che dice la “verità”, in questo caso sulla città di Bergamo. Via Quarenghi ci parla anzitutto del fatto che la straordinaria mobilità delle persone nell’epoca della globalizzazione, mobilità trainata dalle opportunità economiche ma anche dai desideri di cambiamento delle esistenze, investe anche la città di Bergamo. Ci dice, via Quarenghi, che nel contesto abitativo della nostra città è facile che si creino delle aree con una forte presenza di immigrati (non solo l’area di via Quarenghi, ma anche altre aree, ad esempio nel quartiere di Monterosso). Ci mostra che gli immigrati non necessariamente lavorano in fabbrica o in forme subordinate, ma talvolta aprono dei negozi. Ci suggerisce che i “nuovi residenti” non sono né più buoni né più cattivi dei “vecchi residenti”: qualcuno di loro viola delle regole.

Ma via Quarenghi ci parla, anche e soprattutto, della difficoltà dell’incontro tra le alterità (alterità di genere, età, provenienza). L’alterità è urtante: dice, fa e desidera quello che non si vorrebbe fosse detto, fatto o desiderato. L’incontro tra le alterità è disagio, prima di essere potenziale ricchezza. E’ disagio a partire dal livello sensoriale e pratico: gli odori, i rumori, le abitudini. Via Quarenghi, come tante altre situazioni urbane in Italia, ci dice che l’idealizzazione multiculturalista, quella che esalta la bellezza dell’incontro tra “le culture”, non regge. Ma anche la prospettiva integrazionista (di cui si fa interprete un certo ambiente conservatore – Fini, per intenderci), che pensa di concedere diritti in relazione al grado di integrazione raggiunto, risulta debole di fronte all’aggressività di quella che definirei la “nuova destra”, di cui la Lega è il motore culturale.

Via Quarenghi è un esempio della strategia politica della nuova destra. Il rispetto delle regole e della legalità non c’entra nulla, ovviamente. Le classi dirigenti della nuova destra hanno l’obiettivo, come tutte le classi dirigenti, di mantenere il potere. Notano che un certo tipo di discorso paga in termini di consenso e vanno avanti per quella strada. Proviamo a codificare questo discorso. Da un lato, si sottolineano in modo allarmistico e minaccioso delle immagini di alterità rispetto allo scenario urbano della Bergamo di qualche tempo fa, tutte immagini legate alla presenza di immigrati: i negozi etnici, i gruppi di ragazzi africani per strada, l’abbigliamento delle donne immigrate. Poi si danno dei nomi a queste immagini: “stranieri”, “irregolari”, “islamici”, spesso nomi che vengono sovrapposti l’uno con l’altro. Infine, la nuova destra si propone come quel gruppo dirigente in grado di assumere sul piano del potere politico e dell’atteggiamento padronale i disagi, le fatiche e le inquietudini dell’incontro tra le alterità: “Ci pensiamo noi!”. “Padroni a casa nostra!”

I dati più problematici di questa politica sono due: il primo è che una classe dirigente che vuole mantenersi tale sulla base di questo discorso non può che vedere con favore e quindi assecondare un aumento dei disagi e delle inquietudini nell’incontro tra le alterità. In secondo luogo, questa classe dirigente si alimenta attraverso lo sgretolamento dei diritti di tutti. Se la situazione di un’area della città viene dipinta come emergenziale, è logico che vengano proposti dei provvedimenti “speciali” che confermano il discorso emergenziale. Il problema è che certe proposte che possono sembrare non del tutto sproporzionate in una specifica situazione rischiano di far passare dei principi inaccettabili che si estendono facilmente a tutta la città e a tutti i cittadini. Ad esempio l’introduzione di criteri di reddito minimo o di idoneità alloggiativa per la residenza può essere percepita come “tollerabile” o addirittura “sensata” nella situazione “emergenziale”, ma può far passare il principio inaccettabile che il diritto alla residenza (che vuol dire diritto al voto e di accesso ai servizi) possa essere subordinato alle condizioni socioeconomiche delle persone. Così come, nello scenario della crisi economica e dei tagli agli enti locali, risulta più facile mettere in concorrenza “noi” e “loro” nell’accesso ai servizi (ad esempio case popolari, asili e scuole materne). Il problema è che la definizione di “noi” e “loro” è molto labile: chi siamo “noi” e chi sono “loro”? Il discrimine può essere individuato formalmente nella sfera della cittadinanza ma anche in quello della residenza nel Comune da almeno N anni (non so, 5 o 10 anni, magari continuativi). Il rischio è insomma il seguente: negando il diritto alla mobilità, si favorisce uno sgretolamento dei diritti che coinvolge potenzialmente tutti.

I sintomi sono dei campanelli d’allarme, permettono di capire ma non di vincere. Il centrosinistra può vincere a Bergamo e in Lombardia se propone a sua volta dei simboli. Nella direzione di un allargamento dei diritti. Chi abita a Bergamo è cittadino di Bergamo.

Pietro Vertova
consigliere comunale indipendente nei Verdi

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