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Editoriali Politica

Pdl, Gianni D’Aloia e il rischio dell’uomo solo

Di Redazione25 giugno 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Palazzo Frizzoni, sede del Comune di Bergamo

Palazzo Frizzoni, sede del Comune di Bergamo

La strada che ha portato alla situazione attuale è tortuosa. Ma una cosa è certa: con notevole acume politico Gianni D’Aloia ha approfittato di un sostanziale vuoto di potere nel Pdl bergamasco e ci si è infilato, ponendosi come vero punto di riferimento del Popolo della libertà in città, in questo momento. Tuttavia l’operazione non è esente da rischi, politicamente letali.

Sì perché a dirla tutta, la vicenda  dell’attacco al sindaco Tentorio porta alla luce storture a dir poco preoccupanti nella gestione del partito. Innanzitutto, la “sede” scelta per la disamina politica. Non si è trattato del coordinamento cittadino e nemmeno di quello provinciale, luoghi deputati a questo tipo di analisi. No, l’analisi sulla situazione politica della città è avvenuta in un incontro riservato allargato ai consiglieri comunali e provinciali e ai deputati. Una sorta di tribunale a giuria popolare, davanti alla quale l’avvocato D’Aloia ha criticato pesantemente l’operato di Tentorio reo, a sua detta, di essere distante, nelle sue decisioni, dal partito che lo ha fatto eleggere.

Opinione legittima, per carità, quanto personale. Ma che palesata in un simile consesso assume sfumature ben diverse. D’Aloia, di fatto, con grande forza si è posto come “il faro” della politica cittadina. Con questa mossa a sorpresa, l’avvocato punta ad assurge al ruolo di leader, quando in realtà quel tipo di considerazioni spetterebbero quantomeno al coordinatore cittadino o a quello provinciale, negli ambiti preposti. Tutti ruoli e organismi che nel Pdl bergamasco esistono solo sulla carta, dal momento che il partito è ancora senza una struttura autorevole e riconosciuta. Anzi a dominare – e talvolta ad imporre la propria linea politica – sono le “correnti” che lo compongono. Le chiamano “gruppi” perché a Berlusconi il termine “correnti” va indigesto, ma la sostanza non cambia. Si tratta di espressioni di potere che travalicano la traballante architettura istituzionale del partito.

E’ così succede che questioni importanti come quelle dell’altra sera, siano discusse dentro una sorta di riunione fra “pochi”, quando invece al tavolo mancano esponenti di partito importanti. Succede che il coordinamento cittadino e provinciale non vengano ufficialmente convocati. Succede che la giunta esecutiva venga tagliata fuori. Succede che il pallino sia in mano ad esponenti politici che, pur godendo di un seguito, non ricoprono un ruolo istituzionale riconosciuto.

Ora, proprio sul seguito D’Aloia si gioca tutto. Se il peso politico che gli deriva da un appeal personale fra i consiglieri comunali e provinciali e dalla “santa alleanza” con Giancarlo Borra (benedetta anche dal coordinatore provinciale Carlo Saffioti) rimarrà intatto, allora l’operazione “leadership” potrà dirsi riuscita. Al contrario, se uno, due o tre di questi capisaldi dovesse venir meno, il rischio è quello che il castello crolli e che il “candidato leader” e le sue rimostranze, giudicate da molti “personali”, finiscano fatalmente in un angolo.

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