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Editoriali Politica

Altro che vittorie, emorragia di consensi nei partiti: il Pdl a Bergamo perde 53mila voti

Di Redazione2 aprile 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Bandiere del Pdl al vento, ma i numeri sono impietosi

Bandiere del Pdl al vento, ma i numeri sono impietosi

BERGAMO — Passata la sbornia da vittoria, è il momento di analizzare i dati delle elezioni. Se il successo del centrodestra e soprattutto della Lega a Bergamo è stato indiscutibile, basta diradare la nebbia della propaganda per accorgersi che non è tutto oro quello che luccica. Il confronto dei dati con le elezioni precedenti parla infatti di una perdita di consenso enorme per il Pdl, più limitata per la Lega.

Come noto, il consenso elettorale reale di un partito, al di là dei meccanismi che regolano le elezioni, si misura in numero di voti. E i numeri dicono che alle ultime regionali il Pdl bergamasco ha preso 131mila voti (131.869 per la precisione). Alle Europee del giugno 2009, nove mesi prima, erano stati 184mila.

Cinquantatremila voti in meno non sono bruscolini. Non tocca ai giornali chiedere le dimissioni degli esponenti politici, ma dobbiamo rilevare che  il risultato elettorale, al di là degli entusiasmi, ha destato sconcerto negli osservatori più attenti. Gettare la croce addosso ai vertici del partito non ha alcun senso. Chiedere un riesame di talune posizioni invece sì.

Saffioti e Macconi, nelle ultime interviste, difendono legittimamente il loro operato. Altrettanto legittimamente l’ex segretario provinciale di Forza Italia Marco Pagnoncelli espone la sua critica, facendo notare che il Pdl non decolla, anzi affonda, e che è stato perso un numero impressionante di voti al centro, a causa di un mancato radicamento sul territorio del partito. Sarebbe negare l’evidenza, non farlo. In altre parole, sostiene Pagnoncelli, in questi mesi i leader attuali sono stati impegnati in una corsa personale, senza badare alla crescita di un partito che, a differenza della Lega, è quasi invisibile sul territorio se non in campagna elettorale.

La questione posta da Pagnoncelli è politica prima ancora che personale. Parla di un partito percepito come distante dalla gente, dove sono state tagliate di netto le radici che legavano l’elettorato ai suoi precedenti leader, con una conseguente emorragia di voti. Liquidare le sue osservazioni come frutto di rancore personale per un trono usurpato con una sorta di golpe nel passaggio da Forza Italia al Pdl, maschera il problema ma non serve a cambiare i dati. Dati che dicono che fra le elezioni europee del 2009 e quelle Regionali del 2010 il Pdl bergamasco ha perso l’equivalente di due città delle dimensioni di Treviglio, o se preferite di mezza Bergamo.

Se il Pdl piange, la Lega non ride. Che le Regionali 2010 abbiamo sancito il trionfo dei Lumbard è palese. Ma sulle reali proporzioni della vittoria ci sono forti dubbi, almeno in Bergamasca. Se è pur vero che le percentuali sono molto alte, il numero dei voti non è entusiasmante. La Lega cresce in percentuale ma rispetto alle Europee 2009 perde 25mila voti. Erano 205mila lo scorso anno, sono 180mila oggi. Se poi sommiamo i voti di Lega e Pdl, il gap fra ieri e oggi si fa impressionante. I due partiti raccolsero 389mila voti alle scorse Europee, ne hanno raccolti 312mila questa volta. Fanno 77mila voti in meno, come se avessero perso l’equivalente di due Valli Seriane.

Situazione difficile anche per l’Udc. Casini aveva puntato tutto sulla visibilità di Savino Pezzotta. Ebbene, l’ex sindacalista non ha sfondato mentre il partito è passato dai 33mila voti delle Europee 2009 agli attuali 25mila. Se a questo aggiungiamo che oltre 7000 voti vengono da Valerio Bettoni le proporzioni della sconfitta sono ancora maggiori. Senza Bettoni che, come noto, è un uomo molto indipendente che pensa con la sua testa prima ancora che con quella del partito, l’Udc oggi sarebbe ridotto ai minimi termini a Bergamo.

Lo stesso vale per il Partito Democratico che non convince i bergamaschi. Erano 104mila i voti conquistati alle scorse Europee. Nove mesi dopo il Pd piomba verso il basso perdendo altri 21mila voti.

E, per tutti, non ha alcun significato appellarsi all’astensionismo. Anzi, il fatto di non essere riusciti a portare alle urne 272mila elettori bergamaschi non può essere letto come un alibi, semmai come una colpa.

Wainer Preda

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