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A giugno scade solo un contratto, gli altri rimangono tutti?

Di Redazione8 marzo 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Cristiano Doni

Cristiano Doni

BERGAMO — Mi volete matematico o realista? Forza, non ridete. Fosse interattivo, questo spazio di Bergamosera, sarei davvero curioso di capire come vi piacerebbe io impostassi il commento allo 0-0 interno dell’Atalanta contro l’Udinese. Non essendo possibile, proverò ad analizzare con la massima schiettezza e la solita sincerità il punto conquistato cercando di capire che significato ha.

Iniziamo dalla carota. Subito dopo il novantesimo, una gentile signorina della società mi ha consegnato un foglio con il riepilogo della giornata. Stupore. L’Atalanta ha guadagnato un punto sulla quart’ultima, sabato erano cinque, ora sono quattro. Hanno perso Lazio e Livorno, l’Udinese è sempre a più sei. Bello vero? Magari. Adesso arriva il bastone.

Quella contro i friulani era una gara da mordere. Da sbranare. Da vincere. I tifosi lo avevano chiesto sabato a Zingonia con un blitz pomeridiano, domenica per far sentire la squadra ancora più coccolata hanno intercettato il pullman vicino alla stazione per scortarlo in moto fino allo stadio. In campo gli uomini di Mutti sono partiti con un abbraccio collettivo davanti alla panchina e Doni a urlare i mille motivi di una partita così importante. Le premesse erano ottime, il risultato invece è stato ancora una volta deludente.

Poche conclusioni, tanta confusione e alcune, terribili, conferme. Doni non ce la fa più, i fatti dicono questo ed anche se è difficile affermare una cosa del genere bisogna farlo. Gli anni si sentono, la tensione del momento forse anche di più: è stanco, poco lucido, molto nervoso (quella di domenica è la novantaseiesima ammonizione della carriera) e stranamente impreciso.

Dietro di lui non c’è un altro leader capace di trascinare la squadra. Bellini è un terzino, Chevanton carica il pubblico, litiga con l’arbitro quando nemmeno è ancora entrato ma quando Mutti lo getta nella mischia non riesce a combinare nulla di importante. L’unico uomo che oggi garantisce qualità alla manovra è Jaime Valdes, da solo però può fare ben poco soprattutto perchè predica nel deserto di un centrocampo dove Ferreira Pinto è scomparso e Guarente è tornato a sbagliare molto come all’inizio della stagione.

Nel giorno in cui Mutti schiera il primo regista dell’anno, dopo 27 giornate è qualcosa di sensazionale, la squadra lo usa con il contagocce. Certo, è come dare un paio di stringhe a chi da tempo immemore  indossa soltanto mocassini. Sergio Volpi ha fatto bene, non ha grande autonomia ma le geometrie ci sono: le sue aperture per Garics e lo stesso Valdes hanno creato pericoli, se gli sbocchi però sono pochi è dura tessere la trama.

Dipinto così, il quadro è desolante. Lo so, signori miei, ma non riesco a raccontare bugie. Questa squadra ha ormai solo la matematica dalla sua parte. I numeri sono impietosi, per raggiungere la salvezza servirebbe un’inversione di tendenza che oggi non sembra possibile perché i giocatori non danno l’impressione di poterla mettere in pratica: servono, in poche giornate, tante vittorie quante quelle ottenute in tutto il campionato.

Si possono fare tabelle, pensare a qualche cambio tattico o sperare in qualcosa che ci faccia tornare a sorridere. Sognare è lecito, ci mancherebbe. Però serve una spinta diversa, c’è bisogno di una luce che negli occhi tristi di Doni e compagni oggi non si vede.

Chiudo con una considerazione doverosa, ho aspettato apposta il dopo Udinese per dire la mia. Venerdì è uscita sui giornali la notizia che l’Atalanta ha promesso un premio di 40.000 euro per ogni giocatore in caso di salvezza. Oltre ad essere clamorosamente sbagliati i tempi, rendere pubblica una simile indiscrezione a due giorni dalla sfida dell’anno non porta beneficio a nessuno, mi sarebbe piaciuto poter annunciare anche il contro-provvedimento. Mi spiego meglio. Lo stesso Mutti ha dichiarato come certe cose sono normali in momenti difficili, ha spiegato come la gente magari fatica a capirle pur essendo spesso previste nei contratti stipulati.

Bene, c’è una parolina nuova. Contratto. Cosa sarà mai? E’ per caso quell’accordo firmato da calciatori e società che impegna a corrispondere un certo stipendio in cambio di prestazioni sportive? E’ quello, giusto? Benissimo. Mi risulta che i contratti abbiano pure una scadenza. Oggi, a Bergamo, ce n’è soltanto uno che a giugno diventa carta straccia. La firma in calce è di Cristiano Doni.

Tutti gli altri, prestiti a parte, hanno vincoli pluriennali che magari sono appena stati rinnovati. E’ impensabile che la società, dopo aver promesso un premio salvezza imponga il rispetto degli accordi anche in caso di retrocessione? Sarebbe un gesto forte, qualcosa di tremendamente normale ovunque, tranne che nel calcio. E’ troppo facile scappare quando la barca è affondata, a giugno nel caso non si riesca nel miracolo molti giocatori andranno a chiedere di essere ceduti. Giocare in B è diverso.

Questo gruppo nella serie cadetta avrebbe tutte le possibilità di risalire subito, forse le esigenze di bilancio imporrebbero una sola cessione ma sarebbe bello evitare smobilitazioni. L’Atalanta c’è da oltre cent’anni. In serie A come in serie B. Addirittura in serie C. Dopo essere caduti nel baratro proprio quando le casacche celebrano il cinquantesimo torneo di A, quei protagonisti che hanno la fortuna di indossare i colori dell’Atalanta dovrebbero chiederlo, di rimanere. Per farsi perdonare. Per dimostrare che è stata solo un’annata storta e che tengono davvero alle sorti nerazzurre. Utopia?

Fabio Gennari

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