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Editoriali

La maglia da sola non si salva: servono uomini veri che la indossino

Di Redazione22 febbraio 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Cristiano Doni (foto Mariani)

Cristiano Doni (foto Mariani)

BERGAMO — Il problema principale non sono i punti lasciati al Chievo. Nemmeno la giornata in meno che manca alla fine. Nemmeno l’incredibile rammarico per i risultati maturati sugli altri campi. No, niente di tutto questo.

Se la prestazione di Catania aveva ridato fiato alle speranze dei tifosi, quella vista domenica al Comunale non può che spegnerle. Per rimanere in serie A ci vuole grinta, bisogna mettere gli avversari in un angolo e prenderli a cazzotti come fanno i pugili prima di trionfare.

Se giochi con la paura di sbagliare, senza la determinazione e la consapevolezza che ogni giocata può essere quella decisiva è giusto che nel massimo campionato italiano ci stiano altre squadre.

Il primo tempo contro il Chievo è inaccettabile, giochi in casa contro una squadra alla portata che tira per la prima volta in porta al minuto 44′ e non combini praticamente nulla? Il penultimo posto in classifica è sicuramente colpa anche di chi ha costruito questo gruppo, gli errori ci sono stati ma non è questo il tempo per parlarne: a fine stagione si tireranno le somme e i conti dovranno quadrare, che sia salvezza oppure no.

In campo però ci vanno i giocatori e non è pensabile che Bianco e Peluso siano l’unica causa di una simile trasformazione rispetto a sette giorni prima. Riguardavo la partita e con il passare dei minuti mi ripetevo “adesso iniziano a giocare”. Niente, fino al riposo non è successo e anche quell’ardore che mi aspettavo proprio non si è visto. Preso lo schiaffo di Pellissier, visto l’ingresso di Tiribocchi per un Pinto irriconoscibile ho pensato subito alla gioia dell’impresa in rimonta. Passando al setaccio la ripresa, rimangono alcune parate di Sorrentino ed un palo di Garics.

Sfortuna? Episodi? Nel calcio ci sono sempre stati, non si può pensare di attaccarsi sempre a questo o a quell’episodio. Non è tutto da buttare, ci sono uomini che comunque hanno fatto la loro parte come Valdes, Garics, Consigli e lo stesso Cristiano Doni. Altri si sono limitati al compitino, altri ancora hanno fallito occasioni clamorose oppure semplicemente non sono scesi in campo.

Per salvarsi ci vuole più personalità, tutti devono prendere esempio da chi come il capitano si arrabbia perfino con l’erba perchè non è abbastanza verde: preferisco cento volte uno come Doni che rischia l’ammonizione ad ogni respiro piuttosto di chi non osa, non rischia, non sbaglia perchè non ci prova.

E adesso che si fa? Ci si presenta a San Siro sapendo già di essere sconfitti? E poi si torna a parlare dell’Udinese come ultima spiaggia e poi di Parma e poi di tutte le altre? Prima di pensare al risultato guardiamo ai fatti. Giocando come a Catania, o a Bologna tanto per fare un altro esempio, ci si salva. Mettendo in campo quello che si è visto contro il Chievo, si finisce dritti in serie B.

Chi ha in mano il destino dell’Atalanta? I giocatori, nessun altro. Mutti li schiera, cerca con i cambi di apporre correttivi ma non può sostituirsi a loro. Avanti dunque, eroi della nostra domenica: indossate una maglia che la gente ha dimostrato più volte di amare alla follia, il pubblico di Bergamo ha accolto con un giro di campo strappa lacrime l’ultima retrocessione con Delio Rossi e volete che si perda d’animo se dovesse succedere ancora?

Il gruppo nerazzurro ha il dovere di lottare fino a quando la matematica darà speranze, a tutto il resto ci si penserà da giugno in avanti. Andiamo nella tana del Diavolo, chi ha paura scenda subito ma chi ci crede lo dimostri: il tempo inizia a scarseggiare.

Fabio Gennari

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