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Cinema

“Buried”, un film da incubo

Di Redazione26 gennaio 2010 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La locandina di "Buried"

La locandina di "Buried"

Buio, claustrofobico, illuminato da una fiamma tremolante e dal display di un cellulare. Parliamo di “Buried”, ultimo film del regista spagnolo Rodrigo Cortés, presentato al Sundance Festival di Robert Redford.

Un solo attore, Ryan Reynolds, sepolto dentro una bara per 90 minuti. Fuori la guerra nel deserto dell’ Iraq. “Ho pensato. Qual è il film più economico che posso fare con il minor numero possibile di attori e solo una location?”, ha detto Cortés prima che la pellicola fosse proiettata. “Ecco. E’ stata più o meno questa l’idea che ha portato al concepimento di Buried”.

Il critico cinematografico Alex Billington lo ha definito “fenomenale”. La sceneggiatura, la regia, la recitazione e la storia promettono di essere già un cult. La critica lo ha definito “incredibilmente intenso” dal primo momento ai titoli di coda. Senza effetti speciali e senza le tre dimensioni, minimale, reale.

Il miracolo di “Buried” è l’identificazione totale del pubblico nel protagonista. Del progetto si parlava da un anno. La realizzazione però non era scontata: un’ora e mezza in una bara sembravano davvero un’impresa impossibile. E invece Ryan Reynolds (marito di Scarlett Johansson e interprete di diversi film fra cui “Nines” e “X-men le origini”) ce l’ha fatta: è un camionista in Iraq che si risveglia in una bara, sotterrata. Trova un accendino e il suo cellulare. Così comincia il film.

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