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Università

Via libera alla riforma: ecco cosa cambia

Di Redazione28 ottobre 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La sede universitaria di Piazza Vecchia

La sede universitaria di Piazza Vecchia

Il Consiglio dei ministri ha varato oggi la riforma dell’Università proposta dal ministro Gelmini. La riforma, presentata sotto forma di Ddl ha tre punti cardine: una maggiore trasparenza nel reclutamento dei docenti, condizioni contrattuali migliori per i ricercatori e una gestione economico finanziaria degli atenei di carattere manageriale.

La riforma parte dal principio dell’autonomia degli atenei, ovvero una forte responsabilità finanziaria, scientifica e didattica. Con una conseguenza pratica: se le università saranno gestite male, riceveranno meno finanziamenti. Le erogazioni del governo saranno in base alla qualità della ricerca e degli insegnamenti. Stop dunque al sistema dei finanziamenti a pioggia.

La riforma insiste su gestione oculata dei bilanci e prevede anche il commissariamento per gli atenei in dissesto finanziario. Le risorse saranno trasferite dal ministero sulla base della qualità della didattica e ci sarà l’obbligo di accreditamento, con una verifica da parte del ministero di tutti i corsi di laurea e di tutte le sedi distaccate.

I rettori, secondo le nuove norme, potranno rimanere in carica al massimo per 8 anni. Viene poi introdotta la figura del direttore generale al posto del direttore amministrativo, che dovrà rispondere delle proprie scelte come un vero e proprio manager. Il senato accademico sarà chiamato ad affrontare proposte di carattere scientifico ma toccherà al consiglio di amministrazione, composto al 40 per cento da membri esterni (e anche il presidente potrà essere esterno), ad avere la responsabilità delle spese.

Quanto ai docenti, sarà introdotto l’obbligo di certificare la presenza alle lezioni. Per la prima volta viene fissato un riferimento unico per i professori a tempo pieno: 1.500 ore annue comprensive di didattica, attività di ricerca e gestione. Di queste almeno 350 dovranno essere destinate ad attività di docenza e servizio per gli studenti. Gli scatti di stipendio, inoltre, saranno previsti solo per i docenti migliori. Eventuali valutazioni negative comporteranno una perdita degli scatti e l’impossibilità di diventare commissari ai concorsi. E’ prevista anche la possibilità di prendere 5 anni di aspettativa per andare nel privato senza perdere il posto.

Il ddl introduce l’abilitazione nazionale per l’accesso di associati e ordinari. L’abilitazione é attribuita da una commissione nazionale (anche con membri stranieri) sulla base di specifici parametri di qualità. I posti saranno poi attribuiti a seguito di procedure pubbliche di selezione bandite dalle singole università. Si prevede una netta distinzione tra reclutamento e progressione di carriera.

Novità in vista anche per i ricercatori. Questi verranno reclutati con contratti a tempo determinato di 6 anni, secondo la formula del 3+3. Se al termine di questo periodo il ricercatore sarà ritenuto valido dall’ateneo, sarà confermato a tempo indeterminato come associato. In caso contrario terminerà il rapporto maturando però dei titoli utili per i concorsi pubblici. Lo stipendio dei ricercatori passa da 1300 a 2100 euro al mese e viene abbassata l’età in cui si può entrare di ruolo in università, da 36 a 30 anni. Tra le novità l’aumento degli importi degli assegni di ricerca e l’abolizione delle borse post-dottorali.

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