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Bergamo

Il presidente Tacchini: cari avvocati, cominciamo a essere troppi

Di Redazione6 ottobre 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il tribunale di Piazza Dante

Il tribunale di Piazza Dante

BERGAMO — Altro che psicosi, anche nella laboriosa Bergamo la parola crisi risuona in tutta la sua drammatica attualità. E a farne le spese, a sorpresa ma non troppo, anche il mondo delle libere professioni: “Quando le imprese non riescono a pagare i dipendenti, figuriamoci se hanno i soldi per permettersi un avvocato”, esordisce amaro Ettore Tacchini, presidente dell’Ordine all’ombra delle Mura.

La recessione economica su scala globale, dunque, pare non avere risparmiato nemmeno l’attività forense. Quella che, nell’immaginario collettivo, è ancora ammantata dell’aura sacrale del prestigio e del privilegio: “Io piuttosto direi che cominciamo ad essere in troppi – osserva Tacchini -. Trent’anni fa la popolazione della nostra provincia era più o meno la stessa, ma sulla piazza c’erano trecento avvocati: ora siamo millesettecento. Io ho passato i sessant’anni, un tempo ci si conosceva tutti: ora, per favorire il riconoscimento meramente fisico fra colleghi, abbiamo dovuto predisporre un book fotografico”.

Ma quali disastri ha prodotto l’attuale impasse economico? “Molti, anche non giovani, sono stati messi alla porta, e la tendenza è la riduzione del personale – rimarca il numero uno orobico dei principi del foro -. A Bergamo gli studi sono a livello quasi artigianale, non ci sono grandi concentrazioni di avvocati come a Milano. In ogni caso, a fronte di un’offerta di servizi legali sempre più alta, il crollo della domanda ci sta mettendo in ginocchio. A parte le imprese, che già in difficoltà evitano di ricorrere a noi perfino per il recupero dei crediti da clienti impossibilitati a pagare, il semplice cittadino oggi ha altre preoccupazioni rispetto alla tutela dei suoi diritti. Un lavoratore della Tenaris lasciato a casa, per dire, al massimo si rivolge ai patronati”.

E di fronte alla penuria generalizzata di disponibilità liquide, esiste il rischio di una svalorizzazione della professione: “Pur di avere il cliente, c’è chi offre prestazioni a prezzi stracciati, ad esempio un divorzio a 250 euro – denuncia Tacchini -. Non c’entra la cancellazione delle tariffe minime ad opera del Decreto Bersani: è una questione di dignità, disciplina e rigore. Per pochi che accettano di svendersi, ci sono avvocati seri che rischiano di vedere mortificata una professionalità costruita in anni di onorata reputazione”.

A monte, comunque, esiste un problema più generale di ridefinizione degli assetti settoriali: “La riforma dell’Avvocatura è lettera morta dal 1933 – conclude Tacchini -. Ora c’è un testo fermo alla commissione Giustizia del Senato. Bisogna controllare con rigore l’accesso a una professione che altrimenti diventa un rifugio: ci si laurea in legge perché non si sa cos’altro fare, 226 mila avvocati in Italia sono tanti e ogni anno se ne aggiungono 15 mila. Molti hanno un reddito tale da indurre qualche domanda sul loro reale mestiere. Non possiamo accettare che la crisi, che sta danneggiando tutti, si rifletta in uno svilimento della categoria”.

Simone Fornoni

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