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Lettere

Rompere il cerchio del pregiudizio

Di Redazione7 settembre 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Un momento di preghiera in viale Jenner a Milano

Un momento di preghiera in viale Jenner a Milano

Gentile Direttore,

dopo aver letto le lettere di Giacomo Angeloni, Consigliere comunale di Bergamo per il Partito democratico, e Mohamed Saleh, portavoce della comunità islamica di Bergamo, ho sentito l’urgenza di scrivere alle persone che come me hanno poco a che fare con la politica e le istituzioni, ma sentono continuamente parlare dell’Islam. Un tema tanto diffuso quanto sconosciuto: o se ne parla in modo “semplicistico” o, al contrario, in maniera troppo “elevata”. O se ne parla con cattiveria o con eccessivo buonismo.

Caro lettore,
Mi rivolgo a te che a scuola, all’università, al lavoro o semplicemente nel tuo palazzo vieni a contatto quotidianamente con persone di religione musulmana. Rimango ogni giorno più sconvolto nel costatare che molte persone parlino dei musulmani senza sapere nulla della loro cultura e della loro religione ripetendo, come macchinette, frasi denigratorie pronunciate da politici o da “aizzatori” delle folle che sparano pregiudizi che risalgono ai tempi delle crociate. I tempi sono cambiati ma alcuni persistono a spacciare notizie false,banali, in una parola: spazzatura. Queste dicerie, che fanno vendere milioni di copie di libri e giornali, fanno audience in tv, e aumentano gli accessi ai vari blog, lasciali alla gente che ignora la realtà. Non avere paura delle persone diverse da te perché conoscendovi troverete molte cose in comune. Noi bergamaschi sappiamo bene cosa si provi ad abbandonare il proprio paese per cercare lavoro. I nostri nonni e bisnonni sono emigrati e non credo che apprezzassero la chiusura nei loro confronti da parte dei Paesi ospitanti.

Noi bergamaschi, popolo che ha provato sulla propria pelle la dura esperienza dell’emigrazione, non è, e non deve essere razzista. Mi vergognerei a vivere in un paese razzista. Mi chiedo: come vorrei essere trattato io in un paese straniero? Non voglio sentirmi dare dello stupratore, del terrorista, del ladro, dello spacciatore, del drogato. Voglio, pretendo, esigo che la gente mi tratti con rispetto, anche se sono tanto diverso da loro. Da parte mia, mi impegnerò a rispettare la loro cultura. Quando penso a questo, mi comporto di conseguenza.

È iniziato il Ramadan, un periodo di raccoglimento, di preghiera e di solidarietà per i nostri fratelli musulmani che, ahimè, è caduto anch’esso vittima di semplificazioni e pregiudizi. E lo stesso capita alle persone che praticano questa religione. Il rapporto tra noi cristiani e i musulmani dovrebbe essere proficuo e improntato sul rispetto delle differenze. A volte penso che siamo noi italiani a tirarci la zappa sui piedi perché amiamo accendere il televisore e vedere i nostri pregiudizi e le nostre paure confermate e non smentite. Fa sicuramente più scalpore la notizia di un marocchino che ruba o spaccia rispetto a quello che va ogni sabato a fare la spesa per la vicina di casa anziana, italiana.

Capita anche che la stampa ci bombardi di dati, statistiche e ricerche sui musulmani. Se aprissimo gli occhi vedremmo che fuori dalla nostra porta non ci sono numeri, tabelle o grafici ma uomini, donne e bambini. Molti si chiudono nella confortante botte di vetro del pregiudizio che non fa altro che creare maggiore distacco tra noi e l’altro. Il pregiudizio è un virus che attacca molte persone e passa attraverso diversi canali: radio, tv,internet ma anche bar, posti di lavoro, ecc. Se ci limitiamo alle semplificazioni non raggiungeremo mai un’integrazione. Questa integrazione non può che giovare a noi, che evitiamo di crearci paure infondate, ma anche a loro, che potranno sentirsi più in sintonia con la nostra società. Ho molti amici musulmani e mi ritengo fortunato di poter condividere con loro dei bellissimi momenti, divertendomi e spesso ampliando la mia conoscenza della loro cultura. Perché prima di essere italiani o immigrati, cristiani o musulmani, siamo Amici e sono proprio le nostre differenze le cose che ci rendono più uniti.

“Se la libertà può essere difesa con le armi, e l’uguaglianza tramite le leggi, la fratellanza invece può vivere e crescere solo nel cuore dell’uomo” dice Cheikh Khaled Bentounes.

Roberto
Studente dell’Università di Bergamo

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