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Editoriali Politica

Le mirabolanti scoperte di Walter Veltroni

Di Redazione3 agosto 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
L'ex segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni

L'ex segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni

Meglio tardi che mai. All’alba del 2009, dopo essere stato per anni il segretario del maggiore partito d’opposizione, dopo essere stato vicepremier, dopo aver fondato il Partito Democratico e averne dato le dimissioni, Walter Veltroni si accorge che in Italia esiste un problema che si chiama conflitto d’interessi. E, ora che di cariche importanti dentro il centrosinistra non ne ha più, avanza la sua proposta per risolverlo.

Tredici articoli che arrivano con tredici anni di ritardo, per rimediare a quello che viene definito, che novità, un “vulnus” della legislazione italiana. E una proposta di legge presentata insieme a Roberto Zaccaria (Pd), altro ex di lussso, già presidente della Rai.

Con grande tempestività Veltroni ha annunciato di aver lavorato con Zaccaria a un testo che affronti in modo definitivo il tema, cruciale in una democrazia, della separazione tra interessi pubblici e privati. Peccato che la proposta sia un po’ fuori tempo, visto che di conflitto d’interessi si parla dal 1996, che sul tema gli allora Ds (di cui Veltroni era esponente di punta) “inciuciarono” con Berlusconi per ottenere la bicamerale. Che il suo compagno D’Alema si oppose a una vendita di Mediaset a Murdoch, definendola una grande risorsa per il paese. Che nella scorsa campagna elettorale, piuttosto che fare male al Cavaliere, Veltroni continuò a chiamarlo “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”, rifiutò di attaccarlo sul conflitto d’interessi perché con lui voleva fare le riforme istituzionali, e adottò una linea “politically correct” dal sapore decisamente mellifluo e inefficace sui nodi che contano.

Grottesco poi il tentativo di giustificare i passati atteggiamenti: il centrosinistra non voleva che Berlusconi si ergesse a vittima, ha affermato Veltroni in una recente intervista. Così, nel ‘96, fecero finta di non vedere. Alla medesima stregua, si potrebbe evitare d’arrestare un terrorista islamico, mica che dica di essere perseguitato.

Insomma, pare che la questione del conflitto d’interessi compaia o scompaia a seconda delle mere convenienze politiche. Una cosa giusta però Veltroni l’ha detta: in questi anni la colpevole assenza di questa norma ha finito con il privare il Paese di una regola tipica di tutte le democrazie liberali. Peccato che nel frattempo, il centrodestra una legge sul conflitto di interessi nel 2004 l’abbia già fatta. La legge Frattini. Blanda, ma fatta.

Ora Veltroni propone la “incompatibilità assoluta” tra gli incarichi di governo e la proprietà di un’azienda con patrimonio superiore a 30 milioni di euro, oppure esclude qualunque collegamento con un’impresa che svolga la propria attività grazie a una concessione rilasciata dallo Stato.

Chissà se la fulminazione sulla via di Damasco gli è venuta guardando l’impero del premier o quello del suo delfino Matteo Colaninno, ministro dello sviluppo economico di quella assurdità che prendeva il nome di “governo ombra” del centrosinistra, ma soprattutto figlio di Roberto Colaninno, l’imprenditore a cui prima è stata regalata la Telecom e poi letteralmente “svenduta” la compagnia aerea di bandiera, caricando i debiti sul groppone dello Stato. Sì, perché par proprio che fra le leggi ad personam, quella sul conflitto di interessi sia la più ad personam di tutte. Fatta apposta per colpire l’avversario e magari chiudere un occhio per l’amico.

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