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Leoni: ecco la mia proposta di cambiamento

Di Redazione29 luglio 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Riccardo Leoni, candidato Rettore all'Università di Bergamo

Riccardo Leoni, candidato Rettore all'Università di Bergamo

Nelle seconda puntata delle interviste ai candidati Rettore dell’Università degli Studi di Bergamo, abbiamo incontrato Riccardo Leoni, Professore Ordinario del Dipartimento di Scienze economiche e della Facoltà di Economia, nonché titolare di cinque corsi accademici di “Economia dei mercati interni al lavoro”, “Economia del lavoro” ed “Economia dell’innovazione”. Phd in Economia all’Università inglese di Kent, Leoni è stato anche un amministratore cittadino, assessore al Personale nella Giunta Vicentini. Durante l’incontro ha spiegato a Bergamosera come intende cambiare il nostro Ateneo.

Professor Leoni, cominciamo con una radiografia dell’Università bergamasca?
La nostra Università ha seguito uno sviluppo diversificato. Ingegneria è stata una risposta alle esigenze del territorio, così come lo sviluppo che ha avuto. Dall’altro lato c’è la componente umanistica che è andata via via sviluppandosi sotto la spinta interna. Se Ingegneria è stata cercata, la moltiplicazione e la dilatazione della parte umanistica è stata generata dall’interno. Ci sono poi la componente economica e quella giuridica. Quest’ultima è percepita come la facoltà della professione anche se comprende una parte contrattualistica che al mondo delle imprese non dovrebbe sfuggire.
Quali sono i primi problemi su cui intervenire?
Serve una progettualità forte. Anche sulla didattica. L’Università è luogo di ricerca e, automaticamente, dovrebbe essere il luogo in cui le persone che ci lavorano trasferiscono la conoscenza. In realtà non è così perché un conto è trasferire, un conto è avere la consapevolezza di chi apprende. Il “trasferire” è concentrato sul docente che trasmette, fa fluire da monte a valle. Ma non c’è nessuna preparazione specifica sulle competenze cognitive di apprendimento di chi sta sotto.
Quindi serve un cambiamento sulla didattica?
Siamo chiamati ad accertare i risultati delle ricerche di persone che hanno scritto e pubblicato. Ma non viene quasi mai verificata la capacità di far apprendere. E non c’è nemmeno una verifica di quanto gli studenti abbiano veramente appreso dalle nostre lezioni. Guidichiamo se illustrano bene il manuale. Ma poi?
Parliamo di ricerca. In Italia le Università sono sottofinanziate o i soldi sono spesi male?
In generale in Italia abbiamo poca propensione a investire in ricerca e sviluppo nella parte privata, mentre in quella pubblica siamo indietro nelle statistiche internazionali. In parte è vero che la ricerca sia sottofinanziata. Ma il problema è l’efficienza. Se riuscissimo a spendere meno ma ad essere più efficienti potremmo recuperare il deficit di spesa.
Quindi la questione sono i risultati ottenuti con questi finanziamenti?
Esatto. Come intendo spostare il problema dall’insegnamento all’apprendimento, vorrei capire, di fronte a un input ridotto quale output siamo in grado di fornire. Andiamo a leggere gli output della spesa di ricerca in questi anni: brevetti, prodotti, innovazione, capacità e competenze. Tutti tendono a dire che siamo sottofinanziati ma nessuno pone l’accento sul processo di efficienza.
Ma l’efficienza, che è un termine prettamente aziendale, è applicabile all’Università?
Certamente. Occorre intendersi sulle metriche di valutazione. L’Agenzia di valutazione universitaria c’era già nel 2004-2005. Poi si è persa per strada. Abbiamo sprecato tempo, ora la Gelmini ci sta lavorando e ne riproporrà una nuova. Ma una cosa è certa: è possibile introdurre criteri di valutazione, magari con un’organizzazione esterna.

La sede universitaria di Via dei Caniana

La sede universitaria di Via dei Caniana

Quante speranze hanno dottorandi e assegnisti di trovare un posto nella futura Università?

Le possibilità si stanno restringendo. Non solo perché i finanziamenti all’Università si ridurranno da qui a tre anni, ma anche perché le condizioni del paese non consentiranno di allentare troppo velocemente questo nodo. Dall’altro lato c’è la legge che entrerà in vigore nel 2013 e riguarderà il ruolo dei ricercatori. I ricercatori dovranno passare attraverso dei contratti con la facoltà. I dottorandi saranno chiamati a cimentarsi con contrattualistiche diverse da quelle di oggi, a tempo indeterminato. Ci sarà un periodo in cui, anche chi è a ruolo, avrà meno garanzie di oggi. Ci saranno valutazione da parte di un’agenzia esterna e così via.
Nel suo programma parla di riorganizzazione dei dottorati…
Dobbiamo elevare lo standard, perché c’è una varietà un po’ eccessiva nell’organizzazione del dottorato. Quando i nostri dottorandi vanno all’estero, per esempio, non hanno interlocuzione con i docenti stranieri. Al contrario il docente straniero dovrebbe fare la supervisione del lavoro del dottorando, producendo insieme pubblicazioni e così via. Questo coinvolgerebbe quel docente nel meccanismo di produzione della tesi, entrerebbe a far parte del comitato di valutazione dello studente, si creerebbe un rapporto di ricerca, dentro un percorso istituzionalizzato.
Il problema però resta. I dottorandi troveranno lavoro in Italia?
Noi abbiamo l’idea che il dottorato porti all’accademia. Ma, chiediamoci, il mondo esterno non ha bisogno di una competenza così elevata? Dobbiamo pensare a una specie di doppio canale. Anche perché se devo far finanziare delle borse di studio dalle imprese, ovviamente non posso chieder loro soldi per far crescere un accademico. Al contrario proponendo un progetto di ricerca che dia loro qualche idea, si può alimentare il territorio sia di output di dottorati e chiedere il coinvolgimento delle imprese nel processo di ricerca.
Decreto Gelmini, punti positivi e negativi…
In attesa del testo ufficiale, si possono fare delle considerazioni. C’è lo sforzo di colmare il gap e un tentativo di piegare l’università verso le esigenze della società o del territorio. Da quello che si può capire, la riforma vuole snellire il processo decisionale e aumentare il peso della componente esterna per cercare di rendere l’Università più vicina al territorio con istanze e decisioni di programmazione.
Ma l’Università è disponibile a farsi piegare?
No, non lo è. Come tutte le istituzioni ha un tasso di rigidità interna molto elevato.
Paradossalmente, l’ambiente che dovrebbe essere più progressista in realtà è il più conservatore…
E’ progressista in termini di ricerca della massima libertà di espressione. Poi però bisogna valutare quello che esce da questa istituzione, fare delle contabilità su periodi storici per capire se sia uscito qualcosa o no.
La questione Fondazioni…
Ci sono in realtà due questioni. Una legge del 2000 ha già autorizzato le Università a creare delle proprie Fondazioni, utilizzabile per consorzi fra più atenei o l’impiego di servizi esterni. La seconda questione, quella più recente, invece è l’Università che si trasforma in una Fondazione di diritto privato. E’ evidente che in questo caso cambia tutto. Cambia la statuto del personale, i rapporti di lavoro e così via. Diventa una privatizzazione a tutto tondo.
Ma l’Università può stare in piedi senza una partecipazione dello Stato?
Chi si trasforma in Fondazione continuerà a ricevere i trasferimenti dallo Stato nella stesa misura delle altre Università, con gli stessi criteri. In più potrà avere la capacità di attrarre più fondi dall’esterno.
Quante probabilità ci sono che arrivino fondi dall’esterno?
Se questa domanda la rivolge a qualcuno di Scienze umanistiche le risponderà con probabilità uguale a zero. Se la rivolge a Ingegneria, la possibilità è decisamente più elevata. Se ci fosse Medicina lo sarebbe ancor di più. Dipende dalla composizione interna degli Atenei.

La sede di Piazza Vecchia

La sede di Piazza Vecchia

C’è il rischio di sparizione di Facoltà o d’interi Atenei a sfondo umanistico quindi?

Oltre a definire bene la libertà di ricerca, sicuramente la trasformazione degli Atenei in Fondazioni consentirebbe ad alcune componenti dell’università in generale di avere più facilità di finanziamenti esterni rispetto ad altre.
Qualche esponente di Confindustria sostiene che a Bergamo servono più ingegneri e meno filosofi. Cosa ne pensa?
Credo di sì. Gli organi apicali dell’Ateneo hanno fatto le loro valutazioni, hanno valutato quali erano le strade percorribili per espandersi e hanno dato queste risposte. La domanda è: hanno svolto approfondite interlocuzioni col territorio prima prendere queste decisioni? Io non sono in grado di dare una risposta perché non ero dentro questi organismi. Mi pare però che Ingegneria sia particolarmente sviluppata e possa ricevere ulteriore sviluppo. Bergamo ha un forte tessuto industriale, a forte vocazione internazionale che chiede all’Università di dare risposte ai problemi complessi a cui va incontro. Nell’internazionalizzazione, nell’innovazione. Il problema nasce dal fatto che gli industriali non percepiscono questo servizio che l’Università svolge sul territorio. Lo percepiscono di più da Ingegneria e poco dalle componenti umanistiche. Mentre sul versante giuridico c’è una componente contrattualistica privata e commerciale che è la risposta alla complessità dell’internazionalizzazione.
Quanto conta il rapporto col territorio nelle scelte dell’Università?
Io sono sempre stato fuori dalle scelte. Io ho fatto l’accademico a tempo pieno, ho fatto una laurea specialistica andando in giro sul territorio, ho proposto un comitato d’indirizzo che comprendesse le forze sociali, la Federmanager, la Camera di Commercio, la Confindustria. Ho interloquito con queste realtà. Vorrei un apprendimento basato sulla soluzione dei problemi. Costruire un’attitudine e una competenza per affrontare i problemi aggredendoli in maniera interdisciplinare. Vorrei anche una laurea in inglese dentro la facoltà per dare strumenti e competenze ai giovani.
L’Università è davvero un mondo a sé?
Il mondo esterno ci percepisce così e denuncia questo distacco. Dovremmo far sì che l’Università sia più radicata sul territorio, il che non significa essere appiattiti ma presenti con idee, con un po’ di “fertilizzazione” del territorio. Penso che in Italia questo atteggiamento non ci sia perché i nostri prodotti sono essenzialmente orientati a pubblicazioni internazionali e alla loro validazione che porta fama e prestigio. Dovremmo però fare anche uno sforzo di traduzione, di messa a disposizione. Verso una maggiore qualità di conoscenze messe a disposizione del territorio. Noi dovremmo puntare su una maggiore produzione di competenze nei laureati e non solo di saperi. E dall’altro lato trasferire, in una forma accessibile al territorio, la cultura e la conoscenza che, mi creda, non è di basso livello rispetto ad altri Atenei. C’è un gruppo di persone di buon livello, apprezzato perché va sulle pubblicazioni internazionali, il cui prodotto però è poco fruibile dal territorio.

Riccardo Leoni

Riccardo Leoni

Se dovesse diventare Rettore, quali Facoltà potenzierà?

Noi da qui al 2012 dobbiamo andare verso una situazione che non porti alla caduta di alcune Facoltà. A Bergamo ci sono Facoltà che non hanno i requisiti minimi. Il regime transitorio ci ha consentito finora di restare in piedi. Ma se nel 2012 non c’è un numero di organico capace di sostenere l’attività didattica, si chiude. Quello che vorrei è evitare che le Facoltà cadano nella tentazione di difendere il loro perimetro e scatenino animosità deleterie per tutti. Qualora venissi eletto non lo permetterò, non ce lo possiamo permettere. Io credo che o vinceremo questa sfida insieme e lo ripeto, tutti insieme, oppure perderemo tutti qualcosa di significativo.
Quale modello di Università le piacerebbe adottare a Bergamo?
Un modello più vicino al territorio. Al territorio inteso come società civile, economica e che non coincide necessariamente con i confini della provincia. Un’Università capace di servire meglio le istanze e dare direzione e indicazione allo sviluppo da qui a vent’anni. Un’Università impegnata a tracciare e studiare i trend, in modo tale che poi gli operatori e i policy maker facciano le loro scelte. Anche sul fronte della ricerca, in modo tale da dire quali sono le opportunità tecnologiche che ci sono e ci saranno da qui al 2030. E dall’altro lato la produzione delle competenze che servono. Torno al binomio iniziale: creazione di competenze e non trasmissone dei saperi, e una ricerca che possa essere usufruita, resa fruibile dagli interlocutori del territorio.
Se dovesse scegliere, dove andrebbe a insegnare?
A Maastricht, senza dubbio. Mi sono dottorato a Londra e ho dei riferimenti anglosassoni da cui sono stato forgiato. Però sul continente mi appoggerei a Maastricht sia sul fronte della formazione sia su quello della ricerca. Hanno adottato il modello “From teaching to learning” dall’insegnamento all’apprendimento, un modello che mi piacerebbe adottare. E’ ben struttura e basata sul “problem base learning”.
Ha scelto un’Università europea invece di una americana. Perchè?
Il modello economico e universitario americano è molto diverso dal nostro. In Europa il modello è più sociale. Noi abbiamo un tradizione diversa che mi fa optare per riabilitazione, un rinnovo partendo dalle radici europee. Il modello americano è molto spinto sulla competizione personale. Punto invece a riabilitare la nostra lunga tradizione, anche se questa fa ostacoli al cambiamento. L’economista inglese John Maynard Keynes diceva nel ’35: è più facile introdurre nuove idee che allontanarsi dalle vecchie.
Perchè dovrei votare Leoni se fossi un docente?
Un docente giovane o vecchio?
Entrambi i casi…
Perchè propongo un cambiamento. Inutile andare a recriminare le scelte passate. Le assumo, ma dico che bisogna cambiare. Intervenire sulla qualità ma non quella sbandierata così genericamente. Sono per la didattica attiva, passare dalla centralità del docente alla centralità di colui che sta apprendendo. Se fosse un giovane, l’aiuterei a lavorare in un ambiente più aperto, più dinamico, più promettente e anche più gratificante.

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