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Editoriali

Pd e Grillo: tre contraddizioni e una cosa giusta

Di Redazione17 luglio 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il comico genovese Beppe Grillo

Il comico genovese Beppe Grillo

La battaglia non è ancora finita. Dopo aver respinto sdegnosamente l’assalto di Beppe Grillo che voleva candidarsi alla guida del partito al prossimo Congresso, ricomincia la lunga marcia del Pd verso l’assemblea che a ottobre deciderà il nuovo segretario e stabilirà gli equilibri interni al centrosinistra. Peccato che di mezzo si sia messo di nuovo il comico genovese che oggi ha annunciato di essersi iscritto al Pd della Campania. Ora gli basteranno 2000 firme per presentare la sua candidatura al congresso.

La telenovela riserverà altri colpi di scena. Però, le vicende di questi giorni un paio di cose le hanno insegnate. In primo luogo che l’attuale Pd è sì un soggetto politico formalmente nuovo. Ma che è anche il partito delle contraddizioni.

La prima, non di ieri, risiede nel Dna. Nel Pd esponenti di matrice cattolica convivono con gli ex comunisti, i postdemocristiani con i laici e i radicali, in un organismo politico dalla mille facce, per giunta irrinunciabili, che tiene insieme diavolo e acquasanta. Gli ex democristiani, margheritini e quant’altro stanno con Franceschini. Gli ex comunisti, sinistre varie e compagni derivati stanno con Bersani (pochi altri sceglieranno Ignazio Marino, il resto si disperderà su voti estemporanei). Insomma, gli esponenti del Pd, tranne qualche rara eccezione come la Bindi, si schierano ancora secondo le vecchie logiche, o se preferite, correnti. Il che dimostra che il partito non è ancora riuscito a trovare una formula politica capace di superare i retaggi del passato. “Una nuova identità” l’ha chiamata giustamente l’attuale segretario.

Eppure, la seconda contraddizione del Pd è proprio la paura del nuovo, paradossale per un partito che si definisce una novità. La Serracchiani prima e Beppe Grillo poi, e soprattutto i vasti movimenti d’opinione che stanno alle loro spalle, sono stati tacciati di idolatria per aver detto quel che in fondo pensano tutti gli italiani: che c’è una classe politica arroccata su se stessa, ostile a qualunque cambiamento semplicemente perché perderebbe il suo immenso potere.

La terza contraddizione sta poi nei comportamenti dei candidati stessi. Non sono  passate neanche 24 ore dall’affaire Grillo, liquidato in prima battuta con cavillo burocratico da film di Totò. Eppure il Pd non ha nemmeno preso in considerazione le proposte del vasto movimento d’opinione che Grillo trascina. Proposte come mantenere l’acqua come bene pubblico, no agli inceneritori, energie pulite invece del nucleare. Cose di sinistra, a dire il vero. Eppure, dopo aver condannato pubblicamente il comico, Bersani se ne esce dicendo che per il rilancio del Pd “serve darsi un profilo più visibile e riaprire a formazioni della sinistra, formazioni ambientaliste e civiche che possono riprendere un percorso di dialogo con noi”. Ma come, da una parte chiude e dall’altra apre? Poi, non contento, l’ex comunista emiliano tanto amato da D’Alema, propone un’assoluta “novità”: colloqui su “temi cruciali” con l’Udc, notoriamente il “nuovo che avanza”.

Dunque su una cosa il comico genovese ha ragione. Il problema che Grillo individua, pur col suo modo discutibile, è vero e serio. Si chiama ricambio generazionale e vale sia per la sinistra sia per la destra. Quello in cui Grillo sbaglia però è il metodo. Cercare di fare tabula rasa di personaggi che sono in politica da 40 anni, con una rete di contatti e relativi interessi tali da costituire l’intelaiatura stessa della società italiana, è come proporre una rivoluzione. E gli italiani, notoriamente, non sono un popolo di rivoluzionari.

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