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Bertocchi: ecco la mia ricetta per l’Università di Bergamo

Di Redazione14 luglio 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Marida Bertocchi, candidata all'incarico di Rettore dell'Università di Bergamo

Marida Bertocchi, candidata a Rettore dell'Università di Bergamo

Ieri, il quotidiano di Confindustria “Il Sole 24 ore” ha pubblicato una tabella di valutazione sulla qualità delle università italiane, basata su una serie nutrita di parametri. Ebbene, l’Università di Bergamo è risultata al 39esimo posto su 60 Atenei. Al di là della valore reale delle statistiche e delle interpretazioni strumentali delle stesse, abbiamo cercato  – e cercheremo – di approfondire i variegati aspetti del mondo universitario con i candidati a nuovo rettore della nostro Ateneo. La prima intervista è con Marida Bertocchi, dal 1990 professore ordinario di Metodi Matematici dell’Economia e delle Scienze Attuariali e Finanziarie, già preside della Facoltà d’Economia e oggi membro del Senato accademico.

Professoressa Bertocchi, qual è lo stato di salute dell’Università di Bergamo?
Dal punto di vista didattico la situazione è molto positiva. Abbiamo Facoltà “storiche” e altre più recenti. Gli studenti sono abbastanza facilitati dall’ambiente piccolo, le strutture sono molto buone rispetto alla media nazionale. La formazione è buona, in alcuni settori anche eccellente.

E dal punto di vista finanziario?
Siamo ancora al di sotto dell’Ffo e quindi siamo fra le università che, almeno in linea teorica, potrebbero far fronte al ricambio generazionale. Anche con la legge attuale possiamo sostituire il 50 per cento del personale che va in pensione. Una situazione migliore rispetto a tante università italiane. Però, rispetto al numero di studenti che abbiamo, siano sottofinanziati di circa 11 milioni di euro. E allo stato attuale sarà difficile recuperarli.

Quali sono i nodi principali che affronterà subito qualora venisse eletta?
Il lato ricerca e l’internazionalizzazione. Non possiamo che andare nella direzione di un maggiore potenziamento della ricerca. Certo è un percorso che non si attua in poco tempo. I ricercatori non si costruiscono in pochi giorni. E’ un percorso di lunga prospettiva.

Quante possibilità hanno assegnisti e dottorandi di trovare un posto nell’Università di Bergamo?
Non molte in questo momento. L’ultima assegnazione è stata di 2,5 punti di organico, quindi molto poco.

Blocco dei concorsi. Quanto durerà e come se ne esce?
Non sarà risolvibile a breve. Data la situazione generale delle università italiane e dato che i fondi sicuramente non aumenteranno, l’impressione è che il ministero cercherà di bloccare i concorsi il più a lungo possibile.

Questione fondazioni. Basteranno per risolvere i guai finanziari delle università?
Non credo. Nella mia esperienza di preside non ho mai trovato un privato disposto a investire cifre così grosse. Qualcuno ha finanziato fino a un milione di euro, ma non sono flussi costanti. Serve ben altro. L’ordine di grandezza non è quello.

Eppure negli Stati Uniti ci sono riusciti…
Nelle università americane gli studenti sono molto legati agli atenei che hanno dato loro dei titoli. E di fatto poi tornano all’università quello che hanno avuto. Purtroppo la nostra mentalità non è questa.

La sede universitaria di via dei Caniana

La sede universitaria di via dei Caniana

Tentar non nuoce…
Basarsi sulle fondazioni per tutta l’Università mi sembra una cosa lontanissima. Fare una “Fondazione per la ricerca”, in cui i privati possono avere un ruolo, mi pare un’idea più sensata. Ma non credo che se ne parli a breve.

Nel suo programma ha parlato di uno schema a cinque prorettori. Ce lo spiega?
Certo. Il nostro statuto prevede già la figura del delegato rettorale a cui il rettore può delegare compiti specifici. Io vorrei avere cinque delegati o cinque prorettori – nel senso, di figure che avranno un peso particolare -, ovvero i componenti di una squadra che dovrà guidare l’Università.

Ma i prorettori non sono compresi nell’attuale statuto…
Se volessimo introdurre la figura di prorettore, assimilabile al delegato, dovremmo modificare lo statuto. Quindi, sicuramente, in partenza cominceremo con la figura del delegato.

Molte deleghe, dunque…
Sì, certamente. Vorrei una squadra fortemente operativa, con compiti molto specifici. I temi sono tantissimi. Un rettore può tirare le fila ma non far tutto da solo.

Qualche mese fa, un noto esponente di Confindustria ha detto che a Bergamo servono più ingegneri e meno filosofi. E così?
Domanda non facile. Io sono una matematica e dunque molto favorevole a tutto ciò che concerne scienza e tecnologia. Ma nel mondo d’oggi servono anche un pool di conoscenze che permettano ai giovani di affrontare le diverse situazioni che si presenteranno nella loro vita. Meglio dunque una trasversalità dei saperi.

Quindi le facoltà umanistiche non sono inutili come sostiene qualcuno?
No, sarebbe sciocco dire che lo sono. Le faccio degli esempi. Noi abbiamo Scienze delle formazione che riguarda i servizi sociali, a cui si rivolge il terzo settore che è molto attivo a Bergamo. Giurisprudenza non sforna solo avvocati, ma può avere percorsi legati a quello che accade nelle imprese. Certo che se vogliamo una facoltà solo per servire gli studenti di Bergamo e provincia, non ci siamo. Noi dobbiamo assolutamente “sprovincializzarci” e portare a Bergamo studenti da altre parti d’Italia e, perché no, dall’Europa .

Una prospettiva internazionale, dunque…
L’internazionalizzazione di cui le parlavo. Almeno in alcune facoltà vorrei fare dei percorsi di Laurea Magistrali per attirare anche studenti stranieri.

Soprattutto nella scienza e nella tecnologia?
Dobbiamo pensare a come saremo tra 30 anni. Dobbiamo guardare più in là. La Facoltà di Scienze umanistiche, per esempio, si dia da fare per attirare studenti stranieri che amano l’Italia, che vogliono imparare l’italiano e la nostra cultura. I punti forti del nostro paese, quelli per cui ci possiamo “vendere”, sono la cultura, la moda e la fantasia. Non certo la tecnologia.

Il cortile interno della sede di via dei Caniana

Il cortile interno della sede di via dei Caniana

Quanto conta il rapporto con il territorio nelle le scelte dell’Università?
Il territorio per noi è importante, ma noi dobbiamo essere importanti per il territorio. Dev’essere un rapporto biunivoco.

Perché spesso l’Università è percepita come un mondo a sé stante?
Non del tutto, direi. Secondo me Castoldi in questa direzione ha agito bene, creando buoni rapporti con il territorio. Poi qualche rapporto si è deteriorato per alcune scelte fatte negli ultimi anni. Ma complessivamente, se guardo all’Università prima della gestione Castoldi non c’è confronto.

Castoldi lamenta che il mondo politico non vi considera?
Il mondo politico bergamasco finora non è stato capace di portare le istanze dell’Università nelle sedi opportune.

Nonostante ci sia un ex preside di Facoltà in parlamento?
Ceruti fa il deputato da poco. La questione invece è annosa. Diversamente da Brescia, Bergamo non è mai stata favorita a livello di scelte locali dalla politica.

Quanto conta la politica dentro l’Università?
L’Università non vorrebbe avere la politica dentro sé, ma purtroppo la politica c’è. E’ innegabile. Le scelte che facciamo sono comunque scelte politiche. Non ne vorremmo essere influenzati, ma non siamo un’isola felice separata dal resto del mondo. Quindi, di fatto, tutte le nostre scelte sono implicitamente delle scelte politiche perché vanno in una direzione o nell’altra.

Quanto pesa la politica sulle nomine?
Molto poco. Finora assolutamente nulla. In futuro non lo so, perché nel disegno di legge Gelmini pare che 4 componenti del Cda su 9 verranno nominati dall’esterno. Nel disegno di legge si parla anche del rettore come di una figura non nominata dall’interno.

A proposito di candidature. Qual è l’avversario che teme di più?
Paleari, perché è giovane. Porta meno esperienza ma novità.

Come mai si dice che l’Università sia più vicina al mondo di sinistra che a quello di destra?
Molti intellettuali sono più di sinistra che di destra. Trovano le idee di sinistra a loro più congeniali. Dire che l’Università sia di destra o di sinistra però è un’affermazione molto netta, che non corrisponde alla realtà. Per alcune scelte, l’Università, come tutte le amministrazioni pubbliche, è un mondo conservatore, restio al cambiamento.

La sede universitaria di Piazza Vecchia

La sede universitaria di Piazza Vecchia

Come giudica finora l’azione di governo sul fronte universitario?
Il centrodestra sta avanzando iniziative pesanti, su cui si può anche dissentire, ma che certamente cambieranno il volto delle istituzioni. Dipende da come verranno graduate nel tempo. Sono d’accordo con alcune scelte dentro il disegno di legge, come per esempio il ruolo dei dipartimenti.

Siamo alle porte di un cambiamento radicale anche dentro l’Università?
E’ un processo che richiede decenni. Mi chiedo: quanti dentro l’Università sono aperti a questo cambiamento? Vedo di positivo che il governo ha fatto delle scelte, pur discutibili, ma non sta immobile.

Qual è il modello di Università che le piacerebbe adottare?
Non possiamo adottare di punta in bianco un modello anglosassone. E’ un modello che prevede l’indipendenza. Un’indipendenza che sulla carta, con la Legge 382, noi avremmo già. Ma non ci sono stati dati i mezzi per attuarla. Si dice “diamo l’autonomia all’Università”. Poi però tutto il finanziamento lo prendi dallo Stato, non puoi toccare le tasse agli studenti, non puoi riorganizzarti. Vabbè, allora questa non è autonomia. L’Università deve essere autonoma, competitiva, trovarsi i suoi canali di finanziamento, ma non è una rivoluzione che si fa in 10 anni. Ne serviranno trenta o quaranta.

Quale Università anglossasone le piace di più?
Nel settore europeo la London School of Economics. Nel settore più legato all’economia aziendale la London Business School.

Cosa hanno in più di noi?
Un’organizzazione completamente diversa nel reperimento del personale.

E’ vero che all’estero c’è meritocrazia e in Italia no?
Sì, è vero. Il nostro sistema non ha sempre premiato le persone migliori. All’estero, guardano le tue pubblicazioni, ti convocano, ti fanno fare un seminario di ricerca, poi una lezione per vedere come insegni, e infine decidono se assumerti o no. Non c’è un concorso, anzi.

E perché non adottate lo stesso metodo?
Qui a Bergamo per il dottorato abbiamo adottato una strategia simile a quella che si usa all’estero. Chiediamo delle lettere di presentazione. Lo studente deve farsi fare dai docenti una lettera di raccomandazione. E’ molto strano, perché da noi di solito le lettere di raccomandazione vengono viste come un percorso privilegiato. All’estero invece vengono concepite come un’analisi conoscitiva molto precisa della persona che hai davanti. C’è un etica che a noi manca. Nel disegno di legge Gelmini c’è qualcosa in questo senso.

E’ arrivata l’ora di una riforma?
Secondo me dobbiamo cominciare a cambiare qualcosa. Non possiamo rimanere fermi adesso, con la competizione che c’è. Cominciamo a far crescere i nostri giovani con l’idea che dovranno confrontarsi con persone che vengono dalla Cina o dall’Africa.

Un’ultima domanda. Perché dovrei votare Bertocchi?
Perché conosco bene quello di cui sto parlando. Lo dice il mio curriculum. Qualcuno mi ha fatto notare che non sempre un buon curriculum serve a gestire bene l’Università. Vero. Ma le esperienze in settori diversi aiutano. Io ne ha fatte tante, in settori e ruoli diversi. Quindi penso di essere in grado di gestire una strtutura complessa come quest’Università.

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