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Editoriali Politica

Congresso Pd: quei due sfidanti che sembrano tanto Don Camillo e Peppone

Di Redazione26 giugno 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Dario Franceschini e Pierluigi Bersani

Dario Franceschini e Luigi Bersani

Sa molto di Don Camillo e Peppone la sfida che opporrà Dario Franceschini e Pierluigi Bersani per la guida del Partito democratico. Da una parte l’ex ragazzo democristiano di Ferrara, dall’altra l’ex comunista di Piacenza, le cui storie parallele si incontreranno al congresso del partito democratico in programma ad ottobre.

Nonostante la presenza di un terzo incomodo, ancora da individuare, la sfida sarà fra i due emiliani che per davvero sembrano usciti da una delle novella di Guareschi. L’unica differenza con i gustosi personaggi interpretati da Fernandel e Gino Cervi,  è che Franceschini e Bersani stanno dentro lo stesso partito.

I discorsi dei due esponenti del Pd hanno inflessioni dialettali simili, ma le famiglie d’origine appartengono a classi sociali assai diverse. Quella dell’attuale segretario del partito è benestante: padre avvocato e parlamentare Dc negli anni ’50. Quella dell’ex ministro, invece, è di estrazione popolare, con il padre meccanico e benzinaio.

Franceschini, classe 1958, e una delle creature di Benigno Zaccagnini, il segretario democristiano del dialogo con il Pci. Cominciò a far politica al liceo scientifico Roiti di Ferrara seguendo gli insegnamenti di Don Milani. In quegli stessi anni, Bersani, di sette anni più vecchio, si era già laureato in filosofia con una tesi su San Gregorio Magno e aveva cominciato a insegnare alle superiori.

Dopo una vita passata su fronti politici opposti i due s’incontrano in parlamento. Franceschini è vicesegretario del Ppi, sottosegretario alle riforme con D’Alema, deputato, capogruppo dell’Ulivo, fino all’elezione alla segreteria del Pd dopo le dimissioni di Walter Veltroni.

Nello stesso periodo, Bersani dopo la presidenza della Regione Emilia Romagna sbarca Roma grazie alla mediazioni di un mentore comune. Quel Romano Prodi che oltre a lanciare Franceschini come capogruppo dell’Ulivo nel 2006, volle Bersani come ministro dell’industria nel suo primo governo del 2001.

Oggi, invece, i due antagonisti hanno alle spalle supporter “inconciliabili”. Veltroni tifa per Franceschini. Mentre dietro Bersani ci sono Massimo D’Alema e Vincenzo Visco, il ministro della lotta agli evasori con il quale Bersani ha dato vita al centro studi “Nens”.

Chi la spunterà? I maligni – di solito bene informati – dicono D’Alema. E suonano già il de profundis per l’attuale segretario del Pd che ieri ha presentato la sua candidatura su youtube, dicendo che non riconsegnerà il partito ai “vecchi”. Dimostrazione d’orgoglio e dignità. Certo è che il peso dei dalemiani al congresso si farà sentire, eccome. E c’è chi vede nella vittoria degli uomini di “Massimino” un’ancòra di salvezza anche per il premier Silvio Berlusconi, inguaiato fino al collo dagli scandali di questi giorni.

Per la seconda volta dopo la Bicamerale, D’Alema potrebbe fare da salvagente a un premier che rischia di annegare, sostengono in molti. Lo farebbe per il Paese, dicono, e per un sistema politico che con un nuovo scossone, magari giudiziario, rischia un pericoloso ritorno al ’92 nel pieno di una crisi economica senza precedenti. Fantapolitica molto vicina alla realtà.

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