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Cultura

La terra nera degli Indios ci salverà dall’effetto serra

Di Redazione17 marzo 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Un blocco di terra nera confrontato col suolo

Un blocco di terra nera confrontato col suolo

BERGAMO — Come spesso accade, sarà Madre Natura a salvare se stessa. L’annoso problema dell’effetto serra potrebbe essere risolto con in maniera del tutto naturale. Ci stanno lavorando molti centri di ricerca, fra cui l’Istituto di biometeorologia del Cnr di Firenze (Ibimet). Il segreto starebbe tutto in un’antica tecnica agricola utilizzata dalle civiltà precolombiane che si basa sulla terra nera.

I ricercatori di Firenze, coordinati da Franco Miglietta,sono molto fiduciosi sui risultati che si potranno ottenere con questo metodo.Tutto parte dalla scoperta, fatta in Brasile tempo addietro, dell’esistenza di terreni caratterizzati da un alto contenuto di materiale carbonioso, 70 volte maggiore del suolo circostante. Si tratta di terra composta da scaglie scure e friabili, del tutto simili alla carbonella.

Come si ottiene? Dagli scarti della potatura. Da quelli della lavorazione del legno, dagli stocchi di mais, paglia, gusci di noce, pula di riso. Ma anche da biomasse appositamente coltivate. Tutti materiali che poi vengono trattati con una tecnica di decomposizione termochimica molto semplice, chiamata pirolisi.

Gli indios dell’Amazzonia utilizzavano questa terra nera per rendere i campi e i terrazzamenti sulle montagne più fertili. Ma a quanto pare, oltre a far crescere il mais, quel terriccio è in grado di mangiarsi un bel po’ di anidride carbonica, responsabile dell’effetto serra. «E’ noto – ha spiegato Miglietta alla stampa – che le piante assorbono CO2 dall’atmosfera, per poi rilasciarla al termine del loro ciclo di vita. Invece, interrandole, la CO2 viene trattenuta nel terreno per migliaia di anni e così si possono ridurre le emissioni di questo inquinante nell’atmosfera».

La cosiddetta “terra nera degli indios”, oggi ribattezzata biochar, è stata studiata a fondo dai ricercatori. All’Ibimet, in Toscana, è partito un progetto dedicato che prende il nome di Itabi (Italina biochar initiative). Gli esperimenti e i successivi rilievi hanno dimostrato che, aggiungendo 10 tonnellate di biochar per ogni ettaro, si tolgono all’atmosfera 30 tonnellate di CO2. E nel contempo, la produzione di frumento duro aumenta del 15 per cento. Insomma, una rivoluzione verde.

L’impiego del biochar, come insegnano gli antichi, ha anche altri vantaggi: consente per esempio di sbarazzarsi di residui organici agricoli o alimentari, oggi bruciati. Inoltre, riduce l’impiego di fertilizzanti e può generare energia grazie ai gas liberati durante la carbonizzazione del biochar interrato.

La comunità scientifica internazione è molto interessata al biochar. Le pubblicazioni negli ultimi mesi si sono moltiplicate. Questa scelta ecologica e molto economica, consente di mitigare l’effetto serra senza i grandi impianti di sottrazione della Co2A perseguiti da altri studi.

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