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Bergamo

Albanese accusato di 4 omicidi: il pm chiede 60 anni di galera

Di Redazione4 marzo 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
I Carabinieri sul luogo del duplice omicidio in Maresana

I Carabinieri sul luogo del duplice omicidio in Maresana

CENTRO CITTA’ — Sessant’anni di reclusione. E’ questa la richiesta di condanna avanzata dal pubblico ministero Carmen Pugliese nel processo che vede come imputato il trentaduenne albanese Almir Haruni, accusato di ben quattro omicidi avvenuti in Bergamasca fra il 1998 e il 2006.

Davanti alla corte d’assise di Bergamo, presieduta da giudice Giovanni Ferraro (a latere Ilaria Sanesi), il pm ha chiesto trent’anni per il duplice delitto di Osio Sotto, e altri 30 per il doppio assassinio avvenuto a distanza di 8 anni in Maresana.

Secondo l’accusa, nel 1998 Haruni, insieme a complici mai individuati, ha ucciso a colpi di pistola i cugini albanesi Astrit e Flamour Kolaveri. Mentre il 15 marzo del 2006 si è ripetuto con altri due connazionali, Kujtim Ibaj e Florinda Mukja, uccisi a colpi di pistola e coltellate, sul colle della Maresana, in territorio di Ranica.

Il presunto assassino era stato catturato sulle piste da sci dall’Aprica nel 2007. Secondo il racconto fatto dai Carabinieri all’udienza, subito dopo l’omicidio della Maresana, era stato messo sotto intercettazione telefonica. Accortosi, aveva deciso di fuggire in Grecia con la convivente. Pochi mesi dopo però, era rientrato in Italia con un passaporto falso – polacco – e si era stabilito a Corteno Golgi, nei pressi dell’Aprica (provincia di Brescia). Ma i carabinieri non l’hanno perso di vista. E nel marzo del 2007 l’hanno arrestato proprio al termine di una sciata.

Per inchiodarlo c’è voluto un lavoro molto elaborato del Ris, il reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri. Sul luogo del delitto in Maresana, gli investigatori hanno infatti trovato sull’arma del delitto, un coltello, e sulle foglie vicino ai cadaveri delle tracce di sangue perse dall’assassino. Da qui sono risaliti al Dna e hanno scoperto che era lo stesso trovato a Osio, in un bar, su un bicchiere da cui il presunto omicida dei due cugini aveva bevuto.

Ulteriori intercettazioni telefoniche hanno permesso di ricostruire i movimenti dell’imputato, mentre i tabulati sono risultati determinanti per definirne la posizione al momento degli omicidi. Le tecnologie della scientifica hanno consentito di riaprire il caso più datato e di unificare i due processi, prima distinti.

Le difese di Haruni, rette dagli avvocati Andrea Tomaselli e Mario Murgo, puntano invece all’assoluzione del loro assistito. Secondo loro, nonostante ci sia la prova che l’albanese fosse sui luoghi dei delitti, non ci sarebbe prova che sia stato lui ad uccidere.

La sentenza è attesa per giovedì 5 marzo.

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