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Politica

Il paradosso Franceschini: dopo Veltroni ancora Veltroni

Di Redazione23 febbraio 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
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Lo specchio: il dimissionato Veltroni (a destra) parla con il neosegretario Franceschini

BERGAMO — Proseguendo nell’autolesionismo, tipico della tradizione della sinistra italiana, il Partito democratico ha eletto sabato nuovo segretario Dario Franceschini. Sostituirà il dimissionario Valter Veltroni, l’americano “de Roma” fatto fuori dal fuoco amico a dieci mesi dalla nascita della sua creatura politica. 

Dunque, ricapitolando la rocambolesca vicenda del Pd, a tutto beneficio degli elettori disorientati: Veltroni lascia, Franceschini arriva. Peccato che Franceschini sia stato, fin dall’inizio di questa (dis)avventura politica, il braccio destro di Veltroni e ne abbia condiviso appieno scelte, decisioni, visioni e strategie. Quindi, alla fine, dopo uno psicodramma collettivo, gli “strateghi” del Pd sono riusciti a creare l’ennesimo paradosso: eliminano Veltroni per mettere al suo posto un altro Veltroni. Tanto valeva lasciare “Uolter” dov’era…

Non a caso, il Veltroni originale ha detto del suo alter ego : “Dario è la persona giusta per guidare il Pd. La prima persona alla quale parlai delle mie dimissioni è stato lui. E’ un uomo politico leale, forte, che crede nel Partito Democratico come soggetto nuovo, perno del riformismo italiano”. E così, tanto per far vedere che il Pd è un soggetto nuovo, tanto per mostrare agli italiani il suo innovativo riformismo, Franceschini si è subito appellato all’antifascismo e alla resistenza: roba recente, insomma. 

Leviamoci subito un dubbio: fino a quando si continuerà a ragionare con i canoni del 1945, il nostro paese non farà alcun passo in avanti verso la modernità. Ma avete mai sentito un leader inglese degli ultimi anni inneggiare a Churchill in un discorso pubblico? Avete mai sentito la Merkel osannare il pragmatismo di Bismark? Oppure Obama rifarsi a Truman? Ma c’è qualcuno che per favore suggerisce ai nostri fenomenali politici che forse è il caso di avanzare un’idea – una – nuova?

Smettiamola di scherzare con le strumentalizzazioni del passato. La democrazia è una componente insita in questo paese da ormai settant’anni. Gli italiani sono abituati alla loro libertà quanto al pane che comprano la mattina e non ci rinunceranno. La maggioranza di loro poi, la seconda guerra mondiale l’ha vista solo al cinema. Quindi evocare dittature, far leva sui fantasmi del ventennio è francamente demenziale. E agitare continuamente lo spauracchio dittatorial-televisivo è solo cercare di nascondere le proprie incapacità politiche nel leggere una realtà in continua evoluzione e mutamento. 

Sono vecchi questi politici del centrosinistra. E quel che è peggio, non all’anagrafe ma nel modo di pensare. Chiusi, arroccati nella torre d’avorio che per anni ha garantito loro potere e rendite a vita, non si sono accorti che intorno il mondo è cambiato. Altro che uomo nuovo e partito nuovo. Per questo hanno perso le elezioni. E per questo sono destinati, con gli stessi protagonisti di ieri e dell’oggi, a perdere le elezioni del prossimo futuro. Lo hanno capito persino gli amministratori locali, compreso l’attuale sindaco di Bergamo, che vedono il Pd come una palla al piede che rischia di mandare a fondo le loro ambizioni di rielezione. 

Intanto, Casini cerca di recuperare un parte degli esponenti centristi del Pd. Non per fare una nuova Margherita, precisa, ma per un progetto più alto che guardi oltre il bipartitismo. Partito della nazione, lo ha chiamato. Ma è difficile salvare i naufraghi se non vogliono nuotare, mentre intorno infuria la bufera.

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