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Editoriali

E se le montagne ci portassero fuori dalla crisi?

Di Redazione20 gennaio 2009 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
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Una bella immagine primaverile delle Orobie

BERGAMO — La chiamavano la “Valle dei miracoli”. Per decenni è stata baciata da una crescita economica che pareva infinita. Tanto che, lassù, settori redditizi come il turismo sono stati considerati addirittura superflui. Poi d’un tratto, a metà degli anni Duemila, l’Eldorado del tessile si è sbriciolato, sotto i colpi delle economie orientali. Le industrie hanno cominciato a chiudere e la crisi si è fatta pesante, pesantissima anche qui. La Valseriana oggi è diventata il simbolo di un duplice fallimento: quello delle politiche industriali applicate alle montagne, e quello della politica a tutto tondo, incapace di dare risposte vere alla mutazione dei tempi. 

Saranno mesi duri da queste parti, come in altre zone delle montagne italiane. La neve copiosa ha portato un po’ di sollievo. Fieno in stalla, per chi nel turismo aveva già investito. Per gli altri, invece, il prossimo trimestre tira al nero cupo.

E dire che la montagna potrebbe essere uno dei cardini del rilancio economico italiano. Riassetto idrogeologico, turismo, sviluppo rurale, energie rinnovabili, aree protette. Di tutti questi settori – potenzialmente molto redditizi – ci occuperemo in questa serie di articoli. Ma per far uscire il nostro paese dalla crisi e rilanciare nel contempo le aree montane serve prima di tutto un nuovo approccio della politica, non assistenziale ma volto all’azione.

Si parla molto di energie rinnovabili, per esempio. Ebbene la montagna ha l’idroelettrico che già rappresenta una parte importante del fabbisogno energetico nazionale. Quel che si chiede alla classe dirigente, però, non è riempire le Alpi di dighe, da svendere a grandi aziende per far soldi a palate senza lasciare nulla ai locali. Serve invece un disegno articolato e complessivo. Pubblico. Che consenta di sfruttare queste risorse restituendone una parte al territorio.

Non è impossibile da realizzare. E soprattutto è già stato fatto. Era il 1933, gli Stati Uniti erano in profonda crisi economica dopo il crack del ’29; il presidente Franklin Delano Roosvelt lanciò il New Deal; fra le iniziative, un piano globale per lo sfruttamento della valle del fiume Tennessee: dighe, impianti idroelettrici, canali d’irrigazione e navigazione, sistemi di controllo antialluvione, riforestazione, controllo dell’erosione e 300mila posti di lavoro in un colpo solo, mezzo milione con l’indotto.

Si chiamava Tennessee Valley Autorithy l’ente pubblico che ridisegnò – anche dal punto di vista idrogeologico – una regione enorme (dal North Carolina a Memphis), grande come due volte il Nord Italia. Mentre la presenza d’energia elettrica a buon mercato riportava nella zona industrie e frotte di turisti attratti dalle grandi opere d’ingegneria. Si trattò di uno dei massimi esempi mondiali di intervento pubblico nell’economia in funzione anticiclica.

Ebbene, anche da noi il governo sta mettendo a disposizione tonnellate di denaro per contrastare la crisi. Se le sommiano ai soldi spesi ogni 10 anni per affrontare le conseguenze delle alluvioni, arriviamo a cifre iperboliche. Eppure, per risolvere la questione una volta per tutte, basterebbe un po’ di lungimiranza. E investire in un piano del genere, in grado di dare forti ritorni economici e ricadute salutari su intere regioni. Anche perchè, d’altrocanto, tutti gli esperti dicono che l’acqua sarà l’oro nero dei prossimi decenni. E l’Italia ha i bacini d’acqua dolce più grandi d’Europa: sono piazzati lassù sulle montagne e si chiamano ghiacciai.

Serve dunque un programma strategico, intelligente, coraggioso e duraturo, che ci porti fuori dalla crisi. Gli inteventi limitati, francamente, lasciano il tempo che trovano e non risolvono le questioni fondamentali. Lo stesso vale per gli stanziamenti lanciati a pioggia, per non dire a casaccio.

Il Fondo per la montagna, per esempio, per quanto apprezzabile, richiama molto il Fondo per il Mezzogiorno degli anni Settanta, dedicato alle aree economicamente depresse. Non si può trattare la montagna italiana come il Bangladesh, perdonatemi. Il nome attribuito a quegli stanziamenti la dice lunga sull’atteggiamento terzomondista che la politica ha avuto e continua ad avere nei confronti delle terre alte. Una montagna percepita come un orpello, bello da vedere ma pesante da mantenere. Una montagna percepita come territorio di serie B, buono solo per una sciata invernale ma su cui non vale la pena investire. Una montagna percepita come antiquata, un peso per un paese trainato dalle città. Una montagna percepita come arretrata: un fastidioso, vecchio mendicante che chiede soldi senza possibilità di farli fruttare in futuro.

Ebbene, è arrivato il momento di cambiare registro. E comprendere che la montagna non è un’area depressa ma un’opportunità. Investire sul turismo montano in tutte le stagioni, per esempio, può essere un buon volano per il nostro paese. Ricordiamo a tutti che l’Italia è l’unico paese sotteso dall’intero Arco alpino, da est a ovest. Gli altri ne hanno solo una porzione, la sfruttano al meglio e ci fanno una valanga di quattrini (vedi turismo in Svizzera o in Austria) fino a farne uno dei dei cardini dell’economia. Noi ce l’abbiamo tutto e, solo in pochi casi e in determinate stagioni, riusciamo a farlo fruttare economicamente: un’assurdità. 

Serve, dunque, un disegno strategico complessivo che al momento non si vede. Alla politica, poi, la montagna chiede anche un riconoscimento di dignità. Basta mendicare norme parziali o fondi di barile. La montagna è una grande occasione. E insieme ad altre iniziative può portare questo paese fuori dal pantano.

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