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Valseriana

Ponte Nossa: gli ecologisti chiedono un “risarcimento ambientale”

Di Redazione16 febbraio 2005 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
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La fabbrica della Ponte Nossa spa (foto Legambiente)

CLUSONE — Secondo Legambiente e di Serianambiente, lassù, fra le montagne della Valseriana, verrebbero stoccate 80mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, ogni anno. Sarebbero accumulati in Val di Rogno, sopra Ponte Nossa. In una discarica nata e operativa dal 1962. Si tratta di un sito di stoccaggio di proprietà della Pontenossa Spa, un’azienda che ricava zinco gli scarti delle acciaierie e, in passato, è già finita nel mirino degli ambientalisti e non solo.

Ora gli ecologisti lamentano che, attraverso questa discarica, l’azienda risparmi circa 10 milioni di euro l’anno grazie a una convenzione con i comuni di Gorno e Premolo. Per questo richiedono una sorta di “risarcimento ambientale”. Che, tradotto in soldoni, significa opere di ripristino dell’ambiente, pulizia e manutenzione dei boschi e incremento delle fonti rinnovabili.

Ma questione ambientale, in questa parte della Valseriana, è molto più ampia delle vicissitudini di una singola azienda. Siamo alla confluenza fra il torrente Riso e il Serio: una zona costellata in maniera impressionante da aziende di ogni genere che, con le loro produzioni, si affacciano sui corsi d’acqua. I problemi d’inquinamento qui appaiono, scompaiono, per poi ricomparire l’anno dopo.

L’ultimo episodio clamoroso di contaminazione ambientale risale al 2004. E’ la notte del 30 agosto, giusto nel periodo di ferie, quando nel Riso e poi nel Serio si registra un ecatombe di pesci senza precedenti. Oltre 1500 chilogrammi di temoli, trote fario e pregiatissime trote marmorate muoiono stecchite. Una penosa scia di carogne galleggianti lunga tre chilometri, da Ponte Nossa al ponte del costone di Casnigo.

D’improvviso l’acqua diventa veleno. E per migliaia di pesci non c’è nulla da fare. Quelle pozze basse, per il Serio in secca, diventano una trappola senza vie di fuga.

Per i guardapesca della Federazione sportiva locale, che avevano fatto di quella zona un piccola oasi, fu un colpo micidiale. Al morale, prima di tutto. “Ci abbiamo messo degli anni per ripopolare quest’area – disse con rammarico Gianluca Ripamonti, il primo ad arrivare sul posto e a denunciare lo scempio – in 100 metri ho ripescato 262 trote agonizzanti. E mi creda, è stata una grande delusione. Anche perché non è la prima volta che capita”.
L’onda di morte anche quella volta era partita dalla Val del Riso. Non hanno dubbi i guardapesca: “La sostanza inquinante è venuta certamente da lì. E’ in quella zona che abbiamo trovato i primi pesci morti”.

La Val del Riso è una gola stretta fra le montagne. Attraversata a fondovalle dal torrente Riso, appunto, che a Ponte Nossa va a confluire nel Serio. Lungo le sue rive si è costruita la ricchezza imprenditoriale di questa valle. Ma come sempre la ricchezza ha un prezzo. E lo scotto da pagare spesso è a carico dell’ambiente.

LE INDUSTRIE DELLA VALLE – All’imbocco della valle, un muro beige alto quattro metri e lungo 500 delimita l’area in cui sorge la Ponte Nossa spa, l’enorme industria per il recupero dello zinco. Di proprietà del gruppo Lucchini (industriali bresciani dell’acciaio) e dei tedeschi di Bus. Nel capitale azionario ci sono anche Co.ge.fin, Val del Riso spa, Valsabbia investimenti e Leali spa.

Dentro ci lavorano circa 150 persone. Nei forni dell’impianto sono trattate decine di migliaia di tonnellate di scorie metalliche l’anno. Vengono per la maggior parte dalle acciaierie bresciane e venete. Ma davanti alla fabbrica sono parcheggiati anche tir tedeschi, olandesi e belgi. Ne esce una sorta di melma nera che poi viene inviata in Sardegna, agli stabilimenti dell’Eni di Portovesme.

LA DISCARICA – Annessa all’industria, una discarica acquattata fra le montagne che sovrastano Gorno, Premolo e Ponte Nossa. Da un paio di mesi l’accesso è sorvegliato giorno e notte da telecamere. Motivo ufficiale: automezzi in manovra. E la sorveglianza è piuttosto energica. Tanto energica che persino ai contadini che hanno i campi là sopra viene negato il transito, si racconta in paese.

Una strada lunga 2 chilometri, in forte pendenza, sale diritta sulla montagna. La discarica sta là dietro. Invisibile. E del tutto off-limits ai non autorizzati. Chi l’ha vista racconta di autocarri in continuo movimento. E di una serie di piazzali su cui sorgono cumuli di scarti industriali. Coperti con teli neri di materiale organico per farli sembrare collinette verdi.

LA COMMISSIONE SCALIA – Nel 1999 da queste parti è arrivata la Commissione Scalia. Quella commissione parlamentare che, per intenderci, indaga sugli illeciti legati al ciclo dei rifiuti. E il suo giudizio non è stato dei più lusinghieri: “La discarica è apparsa mal gestita – si legge nella relazione finale – assenza di compattamento e captazione delle acque di dilavamento, trascinamento di materiali al di fuori dell’impianto di impermeabilizzazione”. “Questa discarica, autorizzata per lo smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi – continua la commissione – di fatto accoglie scorie ricche di metalli tossici (cadmio, nichel, piombo, zinco) che non essendo inertizzate potrebbero non rispettare i limiti di cessione previsti dalla normativa”. Insomma, “le scorie dovrebbero essere inviate a discariche più idonee”. Mentre “Anche i problemi di sicurezza dell’ambiente di lavoro lasciano molto a desiderare, data la presenza costante, nell’aria, di aerosol di polveri di calce. Non è parso alla Commissione che il controllo da parte dell’autorità preposta sia efficace”.

LA DENUNCIA DEGLI AMBIENTALISTI – Le stesse accuse mosse dall’associazione ambientalista “Ambiente e/è vita”. Che nello stesso periodo presentava una denuncia al Noe (Nucleo ecologico dei carabinieri) di Milano. “La Ponte Nossa spa – si legge nel documento – realizza grossi profitti perché non avendo investito in strutture antinquinamento si può permettere d’inquinare, con la complicità anche di un inefficace controllo del laboratorio provinciale di Bergamo, che potrebbe essere colluso”. Scarichi al cloruro. Emissioni atmosferiche di anidride solforosa. Acque di dilavamento “che trascinano l’eluato del materiale a valle”. Sistemi obsoleti e inadatti. Manto protettivo inefficace o inesistente. E dulcis in fundo “una discarica gestita in maniera del tutto illegale”. Questa la pesantissima diagnosi degli ambientalisti, datata 4 ottobre 1999.

LE INDAGINI – Dopo mesi di indagini dei carabinieri “la Commissione ha suggerito alcuni miglioramenti all’impianto. Ma alla fine l’inchiesta è finita nel dimenticatoio” denuncia Cleto Busà coordinatore nazionale di Ambiente e vita e consulente della Commissione parlamentare. Di tutt’altra opinione la proprietà della Ponte Nossa: “La Commissione è venuta qui in gita”, ironizzò il presidente Pier Francesco Simonetti. “Sono arrivati con quaranta auto blu e uno stuolo di poliziotti e carabinieri. Indagavano sull’ecomafia. Si sono divertiti a scartabellare fra i documenti. Hanno visto che tutto era a posto e se ne sono andati. Nessuna richiesta, nessun suggerimento. Tutto si è risolto con quell’articolo demenziale degli ambientalisti”.

Secondo la proprietà, fabbrica e discarica hanno tutte le autorizzazioni e le certificazioni di legge. Dei Comuni, della Regione e del Ministero dell’ambiente. Ma non solo. “Nel 2003 – dichiaro il presidente dell’azienda – siamo stati sottoposti ad un’indagine della Procura di Bergamo in seguito a un esposto. Il caso è stato archiviato a marzo”.

Il Riso è lì di fronte. A pochi metri. Ma dai rilievi sembra che il rilascio di sostanze inquinanti del 2003  sia avvenuto più a monte. Lungo il torrente. Dove ci sono carrozzerie, imprese edili e di ceramica con nomi e insegne ben nascoste. Alcune delle quali utilizzano sostanze tossiche come l’acido adipico, stoccato in grandi quantità per i loro trattamenti. Nel 2003 una di queste aziende ha subito una forte multa, raccontano in paese. Puliva le bitumiere e poi gettava l’acqua sporca nel Riso.

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